Racconti
Era il 2 settembre del 2004, quando ho lasciato casa senza sapere bene a cosa andavo incontro. Sapevo che l’Ecuador era un paese del Sudamerica sulla costa dell’Oceano Pacifico giusto sulla linea equatoriale non sapevo niente di cosa mi aspettava, non ero impaurita. Era più come partire per ”l’avventura” quella che avrebbe cambiato la mia vita. Sono arrivata a Quito, la capitale, il 3 settembre nell’aeroporto mi sono resa conto di quanto era povero quel paese qualcosa di comune nei paesi dell’America Latina. È impressionante arrivare in aeroporto e vedere una quantità indescrivibile di bambini lustrascarpe, mendicanti, venditori delle cose più strane. La prima cosa che pensai fu che non sarebbe stato troppo facile trasferirmi da un paese perbenista del primo mondo a una paese povero del terzo mondo. Presi un bus e per strada vidi i “TAXI” pick-up pieni di gente aggrappata a un pezzetto di lamiera, quel poco per non cadere giù dall’auto, senza un minimo di sicurezza, qualcosa tra lo sconcertante e il divertente.
Il 5 settembre sono arrivata nella mia famiglia ospitante, i primi giorni sono stati duri, non conoscevo niente dello spagnolo se non i classici “Hola”, “Buenosdìas”. Nella famiglia nessuno parlava con me: era difficile comunicare non parlavano l’inglese e io non parlavo spagnolo perciò mi portavano da una parte all’altra come un cagnolino. Fortunatamente l’italiano è molto simile allo spagnolo per questo dopo solo due settimane la comunicazione era più facile quindi i problemi con la famiglia erano in un certo senso diminuiti; quando è iniziata la scuola ero avvantaggiata rispetto agli altri ragazzi anglofoni o sassoni. L'inserimento a scuola è stato semplice, anche se c'erano molte cose che non accettavo per esempio il "dare del VOI" tra compagne, essere in un collegio femminile, dover mettere l'uniforme, cantare l’inno nazionale tutti i lunedì mattina prima della campanella, le messe a scuola, dover pulire l’aula tutti i giorni dopo le lezioni, pulire una volta al mese il cortile della scuola, ecc…
Poi ho cominciato ad abituarmi, tanto che adesso non riesco a farne a meno; nonostante alcune idee, per me, troppo conformiste è una popolazione che vive nel futuro che sogna una vita migliore, che pensa di non avere un futuro solido senza tenere vive le tradizioni dei propri avi.
In quanto alla scuola ho avuto fortuna perchè frequentavo una scuola a indirizzo turistico che mi ha dato la possibilità di conoscere molto il Paese in cui vivevo: l'Ecuador si divide in 4 zone la Amazzonia, la Sierra (Ande), la Costa, e le Isole Galapagos. Io vivevo nella Sierra a Gualaceo un paesino al Nord di Cuenca, la terza città dell'Ecuador, da questo posto mi sono spostata spesso a 2 ore di distanza si trovano le rovine di Ingapirca che il più grande centro archeologico dell’Ecuador. La mia meta preferita era Otavalo perché potevo raggiungere il più grande mercato artigianale dell’ America del Sud. Mi piaceva la “playa” del nord, con le sue musiche caraibiche e le palme, i costumi degli indios che cambiavano a seconda della regione, i famosi panama sulla testa delle cuencane e le innumerevoli collanine d’oro al collo delle ottavalegne. Potrei parlare per ore delle cose che mi hanno riempito gli occhi ma certo non basterebbe un libro per descrivere le cose che mi hanno segnato il cuore e la mente….
La consapevolezza di me è stata la mia grande conquista, non è stata la lingua, non è stato mettere l’uniforme o forse è stato proprio essere qualcun altro “fuori” che mi ha fatto capire cosa sono “dentro”. Potrò essere considerata presuntuosa ma certo ho di me l’idea di quello che voglio essere e sono consapevole che dovrò lavorarci molto ma so che posso farcela perché ho tutto quello che mi serve e il supporto delle persone che mi stanno attorno.
Se ripenso al mio passato “prima” di questa esperienza lo vedo come un’altra me…. Una me con poca fiducia in se stessa, con l’idea che nessuno era in grado di capirmi…. Stare lontano, imparare a farmi conoscere da chi non aveva preconcetti su di me, mostrarmi agli altri senza aver paura di sbagliare a parlare, ad usare forme verbali e non verbali che erano fuori dalle convenzioni culturali del paese che mi ha accolto con un calore che era solo istintivo e non costruito mi ha insegnato, una volta tornata alla mia “prima” casa, che posso essere me stessa ed essere apprezzata per quello che sono, basta continuare a “provarci” e ADESSO sono sicura che continuerò a “provarci”.
In fondo la famiglia, la scuola, gli amici che mi hanno accolto in Ecuador mi hanno accolto imparando a volermi bene e ad apprezzarmi per come sono io e basta. L’affetto e la disponibilità che mi sono stati offerti e che io ho ricambiato con tutto il cuore sono stati il frutto di quello che ho seminato con il mio impegno e continuando ad essere me stessa.
In fondo non sono quella ragazza apatica, svogliata e silenziosa che tutti pensavano che io fossi!!
Sì sì, comincio proprio a piacermi!!!
Eugenia
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