Racconti
Si capisce che le differenze tra luoghi e culture diverse non stanno solo nella lingua, nelle espressioni della cultura che tutti possono vedere, come la letteratura, la musica.
Le differenze stanno soprattutto nelle piccole cose, nelle abitudini più naturali, nei gesti di cui nemmeno ci rendiamo conto.
Dareste del tu al presidente di una nazione? Così si fa in Islanda.
Ci si toglie la scarpe prima di entrare in casa, si paga il caffè con la carta di credito, si prende l’autobus per andare in centro a mezzanotte, al sabato le caramelle costano la metà e tutti, anche i più anziani, parlano inglese quasi perfettamente. Nell’atrio della scuola ci sono dei divani e durante le elezioni scolastiche anche computer, tv e playstation; si resta svegli di notte per finire di preparare il giornalino e poi ci si addormenta in classe, ci si pagano le gite lavorando e quando si va all’estero si spendono centinaia di euro al giorno facendo shopping. Si mangia la pasta insieme alla carne e all’insalata, una pizza costa 20 euro, dopo cena si bevono tazze e tazze di caffè sgranocchiando pesce secco davanti alla tv, i ragazzi guidano come pazzi ma dopo le feste prendono sempre il taxi.
Queste possono essere cose insignificanti, solo dei particolari, e allo stesso tempo esprimono lo spirito di una nazione molto meglio dei geysir e delle saghe, della neve e delle distese sterminate e vuote che affascinano i turisti. Per me tutte queste piccole cose sono diventate normali, come è normale pensare, addirittura sognare in islandese.
La cosa più bella è proprio questa, non stupirsi più delle differenze, ma anzi trovarsi a pensare e comportarsi come un’islandese e non più come un’italiana. È il riuscire a guardare le cose da due prospettive, sentendole entrambe come proprie, che insegna a non ritenere il proprio punto di vista come l’unico possibile, ad avere una mente più aperta, più flessibile, più disposta verso il nuovo. E a questo si aggiunge anche l’esperienza di conoscere persone venute da tutto il mondo e condividere con loro il proprio viaggio, confrontandosi quindi non solo con la cultura del paese ospitante, ma di tantissimi altri. Così ogni paese smette di essere solo quello che ne sentiamo dire al telegiornale, o solo un insieme di pregiudizi e luoghi comuni, ma trova un volto vero e assume un significato diverso, personale, rappresentato da persone che conosciamo.
Perché l’ho fatto, quindi? Per curiosità. Perché lo rifarei, perché non vedo l’ora di partire di nuovo? Per infittire questa rete di legami per cui ogni volta che sento nominare un posto, una città in cui ho vissuto o che ho visitato o dove abita qualcuno che conosco, provo quella nostalgia, e ogni volta che vedo ragazzi stranieri che sono in Italia ora, o altri che stanno per partire, sento come se li conoscessi, perché abbiamo davvero qualcosa in comune.
Angelica
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