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La dolcezza in ogni chicco di riso
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“In Thailandia? Ma uno perché dovrebbe andare in Thailandia?”. Ricordo di aver detto queste parole la prima volta che avevo sentito parlare del programma semestrale in Thailandia. Ricordo che avevo riso. Ora, col senno di poi, sorrido. Mi sembra un avvenimento di un’altra epoca. Mi sembra un’altra persona, un’altra circostanza… forse è così. È bello riconoscersi così cambiati ed accettarlo. È bello sapere che rimane qualcosa, di quello che sei, in altre persone e in altri posti.
Sono ancora in quella casa di legno, per esempio. Cammino a piedi nudi e scherzo con mia sorella per qualcosa che ha detto po. “Po” e “mae” sono il papà e la mamma thai. I miei genitori. Mia sorella si chiama Goy e ovunque vado ho la stessa sensazione che ho con mia sorella Valentina: è accanto a me.
C’è stato un giorno in cui ho capito davvero che quello che stavo facendo era giusto; è stato il giorno in cui ho incontrato la mia famiglia ospitante. Si sono presentati come mamma, papà, sorella e fratello. Tempo dopo, ho sentito mia madre dire che aveva tre figli: Gae, Goy e Prisca. Sorrido anche adesso che lo scrivo! Penso che in quel momento si fosse sbloccato qualcosa dentro di me, qualcosa che non credevo bloccato, ma forse è così.
Come posso spiegarvi quello che ha significato per me vivere in Thailandia? Non sono mai stata una straniera, una “farang”, ma una thailandese, una “khon thai”. E credo che questa sia la cosa più importante di tutte. Ero io che mangiavo con le bacchette a gambe incrociate nelle sere del barbecue, io che dormivo nello stesso letto con mia sorella, che facevo la doccia 3 volte al giorno, che avevo paura di non interessare nessuno con un vocabolario così ristretto, che scrivevo una lingua farfalla, che ballavo a luce spenta, che non capivo nulla di matematica, che ho pianto per la lontananza, che ho riso della lontananza, che mi sono innamorata, che ho offerto tutta me stessa… ci sono cose che non tornano indietro e sono incancellabili. A raccontarvele non servirebbe. Dovete viverle e accettarle tutte. Accettare che la famiglia non parli inglese e che i primi tempi non capirete assolutamente nulla di quello che vi diranno! Accettare di vivere in un villaggio sterrato, fra le palme da cocco, senza internet, senza telefono. Accettare il sole che ti inonda la faccia e il vento sulla moto la mattina quando vai a scuola.
I momenti di sconforto esistono ed è importante che se ne parli. Perché poi spesso si traducono in dolcezza, specialmente in Thailandia, dove la dolcezza è in ogni chicco di riso. Io, a dire la verità, li ho dimenticati! Quello che rimane è un ricordo velato, e la consapevolezza che ciò che è stato ti ha reso più forte.
Ritornata a casa (a casa?!), quello che ha importanza e prende spazio è solo ciò che è stato bello.
Il ragazzo della Turchia che abitava vicino a me una volta mi ha detto una cosa che a me nei film è sempre suonata scontata, ma che ho imparato ad amare. Mi ha detto che poi, tornati, a guardare il cielo hai la consapevolezza che qualcun altro che ami lo sta guardando e ti pensa. C’è questo momento che è unico e ti connette con le persone che hai lasciato dietro.
Non so se “lasciare” sia la parola adatta. Io di sicuro non ho lasciato nessuno. Sono ancora tutti intorno a me, che mi proteggono! Le persone della mia Thailandia… la mia famiglia, i miei amici di AFS, gli incontri… sono le persone più importanti della mia vita, insieme a tante altre, ma lo sono. Abbiamo vissuto insieme per 6 mesi ma quel tempo è bastato per guardarci fino in fondo e capirci. Le ragazze italiane che sono partite con me ora sono mie sorelle. Come specchi in cui vedo le mie stesse vibrazioni… probabilmente queste persone ti aiutano in un modo senza ritorno. Le persone, sì, le persone ti guariscono l’anima. Lo fanno senza volerlo, lo fanno senza saperlo, ma lo fanno.
Forse non ho più un cuore solo. Forse ho tutti i cuori di tutte le persone che ho incontrato e che mi hanno voluto bene. Così, senza pretese. La mia unica, piccola promessa è che non vi dimenticherò mai, fino alla fine del tempo. Non sono solita fare promesse, ma a questa ci tengo ed è tutto ciò che posso donarvi. Vorrei avervi sempre con me, fisicamente, ma non si può. Anche perché mi fareste disperare! Ma, è inutile dirlo, sarete lì per tutta la vita. Con me. Non lo scorderò mai, non potrei neanche volendolo, siete qui, tutti quanti, questa enorme ferita, sangue e cicatrice insieme, sotto la pelle, segreta, vi vedete? Siete proprio voi e da voi tornerò nei momenti di bisogno. In un viaggio dentro me stessa.
La Thailandia non è finita, quello che ho vissuto non è finito e mi porterà chissà dove. In altri luoghi, in altre stazioni, in altri porti, fra le braccia di altre persone. Le cose si moltiplicheranno. La mia vita prenderà pieghe inaspettate e strane vie, scorciatoie, strade e vicoli ciechi. Non vedo l’ora di sapere dov’è che mi avete condotta, per mano con un sorriso.

 

Prisca 


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