Je suis une Arabe...
Ho vissuto 10 mesi e 20 giorni in Tunisia, a Hammamet (pronunciate la “acca” vi prego!) e sono tornata quest’estate, il 10 luglio per la precisione.
Ho scelto il programma annuale perché lo ritenevo il più adeguato allo spirito di Intercultura e ai miei desideri di conoscere e di sperimentare: partire per soli due o tre mesi non faceva per me, mi sarebbe sembrato di fare una vacanza un po’ più lunga del solito.
Non saprei dare, invece, motivazioni altrettanto precise riguardo alla scelta del Paese.
Mi ispirava, mi piaceva il nome, la lingua araba mi affascinava da sempre.
Non volevo partire per un Paese dove la mia vita sarebbe somigliata troppo a quella che faccio qui a Borgotaro. Tanto vale, me ne sarei rimasta a casa.
So bene che tante delle persone che, al mio ritorno, mi hanno chiesto della mia esperienza con sorrisi e moine, sono quelle che erano rimaste più scandalizzate dalla mia scelta e che, forse, pensano ancora adesso che io sia una matta da internare per aver scelto di vivere un anno in mezzo a quegli arabi... e che i miei genitori siano ancora più matti ed incoscienti di me perché me l’hanno lasciato fare.
A volte spiego con calma, altre volte mi sembra che sia impossibile ragionare e mi innervosisco, altre volte ancora ci scherzo su ma, in generale, non riesco quasi mai a schivare o ad ignorare certe frecciate di malevoli pregiudizi, ipocritamente addolciti da un sorriso: mi feriscono, me la prendo sempre molto a cuore, seppure io sia la prima, in diverse circostanze, a criticare certi aspetti della cultura tunisina, ma è come una madre col suo bambino, lei che lo conosce bene ha diritto di sgridarlo finché vuole, quando combina qualcosa, ma se qualcun altro glielo tocca, guai.
Ci resto male ma, nello stesso tempo, ho ancora più voglia di parlare della piccola e misconosciuta Tunisia, di ripetere che Nord e Sud, Oriente e Occidente sono concetti talmente relativi da essere troppo spesso utilizzati impropriamente e che, soprattutto, bisogna imparare a bene utilizzare parole ed espressioni, a non stravolgere a piacimento certi concetti fondamentali.
Smettiamo di parlare di “Paesi musulmani”, e cominciamo a usare l’espressione più lunga, ma più corretta di “Paesi a maggioranza musulmana”; smettiamo di confondere le parole “arabo” e “musulmano” come se fossero sinonimi.
Ho sempre pensato che i mali non sappiano sgorgare altrettanto bene come dalla sorgente dell’ignoranza, dove per ignoranza non intendo la modestia o la semplicità dello stile di vita di molte persone, ma le frasi fatte dei media, l’arroganza di chi è riuscito ad avere qualcosa in più e crede per questo di essere anche di più, l’ottusità di chi si ostina a parlare di ciò che non conosce e che non ha vissuto.
La Tunisia appare ai più come un Paese lontano, diversissimo, esotico, magari arretrato o inferiore ad altri, ma è veramente così lontana???
La Tunisia è ad un’ora di volo da noi; e, anche culturalmente, non è poi così distante.
Prima della partenza, i volontari di Intercultura ti avvertono: ti troverai a vivere in un posto nuovo, inconsueto alle tue abitudini e, all’inizio, ogni minimo dettaglio della tua nuova vita ti sembrerà bizzarro, o assurdo, o buffo, o addirittura insopportabile.
È ciò che viene chiamato “shock culturale”.
Ecco, penso che, in un Paese come la Tunisia, il vero shock culturale consista nel rendersi conto che esso è molto meno violento di quanto si possa immaginare.
Certo, nonostante la vicinanza geografica, un consistente numero di fattori (avvenimenti storici, economici, politici, culturali) sono stati e tuttora sono diversi per i due Paesi (Italia e Tunisia, voglio dire), e alimentano quella diversità che spesso, purtroppo, ci fa tenere le distanze, altre volte (per fortuna o Hamdullah, come direbbero loro) ci incuriosisce e ci invoglia a conoscerci meglio.
Eppure si ritrova qualcosa nelle espressioni delle persone, nel loro continuo vociferare e gesticolare, nel loro modo di prendere la vita, di mangiare, di divertirsi che, secondo me, ci fa sentire un po’ a casa. Credo che aver acquisito la consapevolezza di un’identità mediterranea sia stata una delle mie “vittorie” più importanti.
Tante persone, anche alcune di quelle che più mi vogliono bene, continuano a parlare della mia esperienza come di un semplice “anno di studio”, il che non è certo sbagliato, ma non so se a tutti è chiaro che io ho studiato sì al liceo Muhammad Budhina, ma che il vero studio l’ho fatto per la strada, sui taxi, nei negozi, nelle case, nei bar.
Ho vissuto come una persona normale: ma ho dovuto guadagnare questa normalità, fino a quando mi sono sentita completamente assorbita da quella realtà, come un attore che finisce per credersi il suo personaggio: e mi sembrava di aver vissuto là da sempre, che l’Italia non fosse stata altro che un sogno fatto nel breve spazio di una notte, un sogno sì, ma che ho continuato a raccontare a chi non lo capiva, come faccio qui ora per l’altro sogno che ho lasciato là.
I miei ricordi più vivi scaturiscono da una memoria particolare, più sensoriale che intellettiva, una memoria tattile, uditiva, olfattiva….
Il suono della mia chiave che gira nella serratura della porta di casa mia; il rumore dei miei passi che girano attorno al pantano formatosi davanti a casa mia dopo la pioggia e cercano di schivarlo; il profumo dell’acqua di rose e dei gelsomini; il patè (una specie di pasta sfoglia) col salame (di tacchino!); i dialoghi e le scaramucce coi tassisti e coi guidatori di “louage”, personaggi-chiave della realtà tunisina; rispondere e sentirsi rispondere “Inshallah” (se Dio vuole) a qualunque domanda un po’ importuna, non perché si è particolarmente religiosi, ma perché è un modo per restare sul vago; aspettare l’alba sulla spiaggia, fare la sauna negli hammam, bere un succo di fragola al Canari o a l’Univers, quest’ultimo avente fama di essere il caffè degli intellettuali e degli oppositori politici, non per niente ci “esaltava” moltissimo….
E soprattutto, bijoux dei bijoux, scorazzare (meglio se in gruppo) nelle medine, nei suq, dove non solo i venditori provano a sbolognarti “di ogni” in modo più che estenuante, ma dove anche tutti provano a indovinare la tua nazionalità, spesso con uscite più che mai esilaranti.
Giugno, medina di Nabeul, io e due mie amiche “ci promeniamo” (tra gli effetti collaterali del vivere in Tunisia esiste anche il parlare in “francitalian”!) per la via.
Due dall’Italia, una dal Belgio, per comunicare tra di noi alterniamo francese e inglese.
Chiediamo ai venditori di turno quanto costa questo, quanto viene quell’altro, se non c’è una taglia in più della tale maglietta, se quella borsa non c’è anche di un altro colore, se per caso non si possa avere uno sconticino, e lo chiediamo in arabo.
Uscite da un negozietto o abbandonata una bancarella, riprendiamo a parlare in francese.
Il francese, per parecchi tunisini, non è la seconda lingua, è la principale: ci sono tunisini che si “vergognano” di parlare “el derja ltunsia” (l’arabo tunisino) e si esprimono in francese, convinti che ciò conferisca loro un “tono” in più.
Non sono pochi quelli che si oppongono a questo fenomeno così snob, che rivendicano la bellezza della loro lingua senza per questo rinunciare a impararne di nuove.
Un vecchio ci vede entrare in un negozietto di borse chiacchierando in francese, ci rivede poco dopo uscire coi nostri acquisti, congedarci in arabo col commesso e riprendere la nostra strada e il nostro francese. E allora ci apostrofa e le sue parole suonano quasi come un’ironica condanna: “Vous êtes des arabes, et vous resterez toujours des arabes” (Voi siete arabe e resterete sempre arabe): pover’uomo, come poteva sapere, ha creduto che fossimo tre tunisine e ha pensato bene di ricordarci le nostre origini. E magari non aveva neanche tutti i torti.
Je suis une arabe et je resterai toujours une arabe. Inshallah, ya Rabbi.
Silvia
