Un'italiana un po' venezuelana
Tre anni fa c’era una città su di una collina, un fiume che le strisciava attorno facendola sembrare un’isola; grattaceli in punta e, mano a mano che si scendeva, case dai colori eccentrici, tetti piatti perché di neve non se ne parla, grate alle finestre per lasciare fuori quella parte di mondo che non merita di entrare.
C’era un’italiana che andava a scuola con quella divisa che la faceva sembrare una campanella dondolante.
C’erano amici che l’accompagnavano fino a casa insegnandole i proverbi, che attendevano il fine settimana per gustare qualche piatto occidentale, che imparavano parole italiane e correggevano le mie spagnole, sbagliate.
Un anno fa le porte di un aeroporto si sono aperte e c’erano i miei fratelli venezuelani di nuovo lì, con le braccia pronte a farmi il solletico mentre mi abbracciavano.
C’erano gli amici, i proverbi, la città e il mio fiume, le targhette con i nomi delle case mentre tornavo verso la mia, di quel colore così brutto che mi aveva spaventato tanto all’inizio.
E ora c’è un’italiana in Italia che sarà sempre un po’ venezuelana e lo dimostra quella foto della mia città dove si vede la mia ombra distesa sulla terra rossa; lo dimostra il viaggio che sto per fare per raggiungere un amico venezuelano in Germania; lo dimostrano le parole spagnole che ancora, a volte, si sostituiscono senza che io le possa controllare a quelle italiane.
Ma più di tutto lo dimostrano quei cinque minuti in cui Torino e i suoi portici, la regolarità delle vie e i suoi abitanti scompaiono, investiti da un profumo o un rumore che mi riporti immediatamente in un luogo dove si cammina sulla terra rossa, dove si attraversa la strada sulle strisce di corsa, dove i taxi ti suonano il clacson per sapere se vuoi salire e dove un negoziante sconosciuto, porgendoti la merce ti dice “Di niente amore mio”.
Cecilia
