Dobbiamo essere ottimisti

Diego Piacentini

Senior Vice President, Amazon, con Intercultura nel 1977/78

"Io, vicepresidente di Amazon, e quella borsa che mi portò negli Usa"

In occasione dei 100 anni dell'Afs, e dei quasi 60 anni della sua costola italiana Intercultura, l'ex borsista ora ai vertici del colosso di Seattle racconta quell'esperienza ("pazzesca") e come appare l'Italia di oggi vista dagli Usa: "Noi italiani dobbiamo essere ottimisti"

ROMA - Garantisce di non essere fuggito dall'Italia, non esclude di tornare, ricorda l'esperienza di studio all'estero con un enorme sorriso sulle labbra e dice che l'Italia è sulla buona strada. L'obiettivo? "Essere più felici". Diego Piacentini, vicepresidente di Amazon.com, parla via Skype da Seattle in occasione del centenario dell'Afs, dalla cui costola è nata l'italiana Intercultura. Una lunga chiacchierata all'insegna del ricordo di quell'anno all'estero e dell'ottimismo sul futuro dell'Italia.

Piacentini, ci racconta la sua esperienza di studio all'estero?

Sono andato negli Usa a cavallo tra il '77 e il '78. Avevo appena compiuto 17 anni e ho vissuto da lontano quell'anno fondamentale della storia d'Italia, con l'assassinio di Aldo Moro. Il destino ha voluto che mi fosse assegnata una borsa per Olympia, capitale dello Stato di Washington, a 50 miglia da Seattle, da dove sono ora. Io credo al destino, questo ha contato nel valutare quell'offerta del 2000 per venire a lavorare qui.
Come è stato l'impatto con quegli Stati Uniti, venendo da Milano?

L'America che trovai era ben diversa da quella che avevo in testa. Noi siamo abituati agli Stati Uniti urbani, di New York, di Chicago. Io sono arrivato nello sperdutissimo nord-ovest, in una città con 10mila anime. Fu uno shock culturale, l'impatto con la vita rurale, della provincia. Io non avevo nemmeno mai preso nemmeno l'aereo. Quando lessi che andavo nello Stato di Washington pensai alla capitale, nemmeno sapevo esistesse uno Stato con lo stesso nome.

Possiamo dire che le ha cambiato la vita?

Senza dubbio. Quell'esperienza è stata un vero 'game changer', un'opportunità per uscire dai confini della piccola Italia e sentirmi parte di un mondo che, seppur non ancora globalizzato, era evidente quanto fosse diverso. Arrivai qui che parlavo ben poco d'inglese, quel poco che ti garantiva la scuola italiana. Ma non era nulla: l'esperienza liceale italiana mi garantiva, ad esempio, uno spelling migliore, se prima riuscivo a capire che parola mi stavano dicendo. E conoscevo la letteratura inglese, Shakespeare e Keats, meglio degli studenti americani. Però non riuscivo a ordinare un hamburger. Ci misi quattro mesi ad avere un inglese colloquiale.

Era diversa la scuola Usa da quella italiana?

Molto apprezzata, rispetto all'Italia, era l'interculturalità, l'avere un punto di vista diverso sulle cose. Questo non era così in Italia, non so come sia oggi sinceramente. Io trovai un professore che mi spinse, mentre mi sembra che spesso i ragazzi siano scoraggiati di fronte a un'opportunità del genere, come se fosse un ostacolo al completamento del curriculum italiano. E invece si tratta di un'esperienza pazzesca, semplicemente pazzesca. Negli Usa queste attività extra curricolari contano di più dei voti, ad esempio per entrare all'università.

I suoi figli li ha mandati all'estero immagino.

Il grande, ha 22 anni e studia a San Diego, ha partecipato a Semester at Sea, un semestre a bordo di una nave, che dalla California arriva in Spagna dopo aver attraversato Oceano Pacifico e Indiano. Ha avuto la sua dose di internazionalità insomma. Il piccolo doveva fare due mesi in Giappone, ma poi per una serie di motivi non è potuto partire. Quest'esperienza purtroppo gli manca. Ma diciamo che in generale qui negli Usa un'esperienza all'estero, se sei vivace e curioso, è uno standard.

Va di moda di qua dell'Atlantico parlare di 'generazione Erasmus', l'abbiamo anche al governo. Ma l'Erasmus si fa all'università, periodi come Intercultura al liceo. Se dovesse consigliare a un ragazzo una delle due esperienze, quale sarebbe?

Sceglierei Intercultura, e non solo perché stiamo qui a festeggiare l'anniversario. Detto che secondo me sono da fare entrambi, se mi puntassero una pistola alla tempia dicendomi "Scegli!" punterei sull'esperienza liceale. Per la lunghezza, mediamente più lunga dell'erasmus, ma soprattutto per il periodo della vita. Ti permette, ti costringe a esprimere la tua personalità, venire fuori come persona in un momento critico dell'esistenza.
Com'è l'Italia vista dagli americani?

Un posto di vacanza, un centro culturale, tutti adorano gli italiani, gentili e ospitali. Ma molto raramente è citata in un contesto politico ed economico. Quando si pensa alla Ue, si pensa a Londra e a Berlino. Ma devo dire che i cambiamenti di età e di presenza femminile nel governo sono positivi. Il governo si è svecchiato, un segnale importante.

E l'Italia vista da un italiano negli Stati Uniti?

Io dico che dobbiamo essere ottimisti sul futuro del Paese. (La linea è disturbata, allora chiedo conferma)

Ottimisti?

Sì, ottimisti. La classe politica e di governo che si ringiovanisce, il vecchio che dovrebbe scomparire. La chiave sono le riforme, per tornare a crescere da un punto di vista economico e sociale. Serve più occupazione. Io credo che l'obiettivo dell'Italia debba essere quello di avere una società più felice. Sento sempre troppe lamentele, dei miei parenti e amici italiani, "lì si sta meglio". L'obiettivo è crescere per essere più felici, e sono ottimista che l'Italia sia sulla strada giusta.

Eppure lei è un cervello in fuga e....

No, ecco, sono 10 anni che combatto questo termine. Io non sono fuggito, tanti altri non sono fuggiti. Ho sfruttato un'occasione che mi si era presentata.

Anche perché l'Italia non è un paese che da molte opportunità...

Certo, ci sono più opportunità qui, in Italia non esistono Amazon o Apple. Ma non sono fuggito, i profughi fuggono. Non bisogna limitare la ricerca di un'opportunità al tuo Paese, ne hai solo una frazione. E' una questione matematica. Ma io non ho abbandonato l'Italia, la seguo sempre.

Ma tornerebbe?

A quasi 55 anni mi chiedo cosa farò da grande. Non escludo di tornare, ma magari alla fine non tornerò.

Se le offrissero un posto in una grande azienda italiana?

(Si limita a sorridere)

Ok, cambiamo argomento. Lei ha lavorato con Steve Jobs, creatore della Apple, e oggi è costantemente al fianco di Jeff Bezos, fondatore di Amazon. Se dovesse usare una parola per descriverli?

Invenzione. Una parola che vale per entrambi. Cambiare il mondo. Inventare e non copiare. E sottolineo: vale per entrambi.

Eppure spesso si descrive Jobs come una leggenda, un guru e Bezos più come un imprenditore. Eppure entrambi hanno creato la loro startup partendo da un garage.

Io non percepisco questa differenza. Forse l'unica spiegazione è che Steve è partito 20 anni prima. Ma per il resto non penso siano diversi.

Ad Amazon oggi lo spirito è ancora quello di una startup?

Si, abbastanza, anche se non è più un'azienda con decine o centinaia di persone, ma un colosso da 90 miliardi di dollari. Ma si è mantenuto lo stesso spirito da startup, con la voglia di provare e fare errori. Perché se non si rischia e non si fanno errori....

A chi dice che Amazon ucciderà i libri come rispondete?

Grazie ad Amazon, grazie ai libri fisici che vende e distribuisce o agli e-book, oggi ci sono più persone che leggono. Amazon ha portato a una democratizzazione del libro, e questo chiaramente ha toccato gli interessi di un'élite che dà vita a questa politica violentissima contro Amazon. Ma non capiscono che i libri sono in competizione con altri tipi di intrattenimento. E dimenticano, appunto, che oggi ci sono più persone che leggono grazie ad Amazon.

Una nota personale: è ancora in contatto con chi la ospitò a Olympia?

Ha un aneddoto della vita con loro? Assolutamente sì, chiaramente sono stato aiutato dallo stare qui. Il mio papà americano è morto qualche tempo fa, a 93 anni, ma la mia mamma vive proprio qui a Seattle, ha 91 anni e ogni tanto ci vediamo. Aneddoti ne ho molti, devo fare mente locale (piccola pausa, con il sorriso stampato in faccia). Mi viene questo: che i primi tempi rimasi affascinato dalla tv americana, anche se i miei genitori Usa - a differenza della famiglia media americana - non la guardavano molto. Allora, pur parlando pochissimo inglese, riuscii a convincerli che le serie tv mi avrebbero aiutato a migliorare la lingua. A giorni alterni, durante la cena, mi permisero di tenere la tv accesa. E io potevo guardarmi Starsky e Hutch.
Settembre 2016 - Diego Piacentini alla fine ha rotto gli indugi ed è tornato in Italia con uno spirito di “restituzione” che accomuna molti ex borsisti di Intercultura. Ha accettato un incarico biennale a titolo gratuito in un ruolo di coordinamento delle politiche innovative per conto del governo italiano.

Tratto da La Repubblica.it del 08 novembre 2014, di Alessio Sgherza

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