Esplorate, sperimentate, partite!

Bianca

da Trento alla Svezia per un anno

La prima cosa che ho notato appena arrivata in Svezia è stato il silenzio.
Avreste dovuto vederci, 20 studenti italiani reduci da un campo pre-partenza a Roma fantastico, pieni di aspettative, che non dormivamo da venti ore, che facevamo casino per cercare di pensare il meno possibile all’ansia che ci stava mangiando vivi, arrivare all’aeroporto di Stoccolma e non sentire volare una mosca. Letteralmente, nessuno stava parlando, non si sentiva il caratteristico caos degli aeroporti italiani all’arrivo con le persone che fanno a gara per andare a recuperare la valigia. Penso che sia stato il messaggio più chiaro che potessimo ricevere riguardo a come sarebbero stati i nostri prossimi mesi e soprattutto come sarebbero stati gli svedesi.
Gli svedesi sono riservati, silenziosi, il tipo di persona che se gli chiedi come sta ti risponde “bene”, senza il nostro “e te?” che alla fine è la parte della risposta che interessa, non tanto il come sta una persona. Sono loro stessi a dire che probabilmente non sono il popolo più facile con cui fare amicizia, ma che quando ci riesci difficilmente te ne liberi.
Gli svedesi sono il tipo di persone che si entusiasmano davanti ad una tristissima pizza con l’emmenthal al posto della mozzarella, che servono anche nei ristoranti pasta al ragù e ketchup, che mangiano köttbullar med lingonsylt [polpette con marmellata di mirtilli rossi], che mangiano uova e caviale a colazione (per la cronaca, è una cosa immangiabile) e che ti guardano male quando dici che tu in realtà per colazione mangiavi latte e cereali.
Sono anche super cordiali: qualunque cosa tu abbia bisogno sono disponibilissimi a darti una mano e fare il possibile perché tu ti senta a tuo agiosono simpatici quando riesci a prenderli per il verso giusto e anche i ragazzi più giovani parlano l’inglese alla perfezione. Praticamente anche tra di loro si parlano in inglese, cambiano da una lingua all’altra così facilmente che sembra proprio che non se ne rendano conto.

Bianca e i suoi amici

C’è chi dice che l’anno all’estero era un sogno fin da quando si era bambini, c’è chi racconta dell’impresa nel convincere i genitori a partire, chi racconta dei mesi precedenti la partenza con il ricordo di quanto non vedesse l’ora di mettere il piede sull’aereo e andarsene.
Da parte mia, mi alzavo la mattina con una voglia pazzesca di partire e mi addormentavo la sera chiedendomi che cavolo mi era saltato in mente iscrivendomi a Intercultura. Mi rendevo conto di come avrei lasciato la mia quotidianità, una quotidianità che amavo, la mia famiglia, i miei amici e persino il Gali, per cosa? Andare in un paese sconosciuto, con una lingua che non capivo, solo perché quelli che erano tornati dall’estero la definivano l’esperienza più bella della loro vita? Era una motivazione sufficiente?

I miei genitori sono stati la colonna portante della mia esperienza, loro per primi volevano che partissi e i volontari di Intercultura sono riusciti a farmi vedere tutti i lati positivi di quello che sarebbe stato un anno all’estero. A quel punto mi sono fidata ciecamente. Perché no, ho pensato.
Ad oggi, a quasi quattro mesi dal mio arrivo in Svezia ancora me lo chiedo a volte se ne sia valsa la pena. Non sarebbe stato più facile starmene in Italia, con la sicurezza degli amici che avevo, di una famiglia vicina e disposta a tutto per me, in un ambiente che mi apparteneva e di cui mi sentivo parte?
La risposta è una sola: certo che sarebbe stato più facile, e a vedere tutti i momenti difficili che ho attraversato e tutti quelli che ancora mi rimangono pare proprio che forse non ne valeva neanche la pena. Però quando riesci ad entrare da Starbucks e ordinare un frappè cioccolato/caffè in svedese senza incartarti e senza cadere nell’inglese e riuscendo a dare i soldi al primo colpo senza passare mezz’ora a cercare di capire come funzionano le corone, quando a cena i tuoi genitori ospitanti parlano nel dialettaccio della tua zona e tu riesci comunque a seguire la conversazione, quando alla verifica di matematica prendi il voto più alto della tua classe nonostante le spiegazioni in svedese, quando ti fanno i complimenti per lo svedese che parli dopo solo tre mesi, quando senti i tuoi compagni di classe salutarti con il “ciao” che gli hai insegnato invece che con “hallå”, quando il giorno del tuo compleanno i tuoi genitori ospitanti entrano in camera tua la mattina cantandoti tanti auguri e trattandoti come una figlia, quando esci sotto la pioggia senza ombrello come una vera svedese, quando cominci a imprecare in svedese e non più in italiano, quando devi fare una presentazione in spagnolo e inconsciamente cominci a parlare in svedese, quando festeggi il primo Thanksgiving della tua vita con i tuoi amici passando ore a cucinare il tacchino e tutte le scene che si vedono nei film, è allora che forse capisci che non va tutto male, non è tutto difficile. Magari ne vale la pena.
Ho passato quattro mesi in Svezia e non lo so se sono cambiata, se sono maturata o se sono rimasta la stessa, però so per certo di aver imparato delle cose con cui in 17 anni in Italia non mi ero mai dovuta confrontare. Impari ad apprezzare le cose più piccole, dal “hej” la mattina di un tuo compagno di corso (cosa che vi assicuro, qui non è per niente scontata), alla tua compagna di classe che ti aspetta fuori dall’aula dopo la lezione, ai cieli infiniti e azzurrissimi dopo giorni di pioggia. Stando all’estero ho rivalutato tantissimo l’Italia: mentre prima non ne andavo per niente fiera, ora sono più che orgogliosa di dire che sono italiana e di raccontare del mio paese. Mi sono accorta di come l’Italia sia un po’ anche qui: nella pasta Barilla che si trova ovunque, al “bravo!” che dicono ai concerti, nella pronuncia improbabile del “proscutto” o della “mosarela”, nei ristoranti che si spacciano per italiani (visto che quello italiano è il cibo più buono del mondo!) e nello sguardo di meraviglia e semi adorazione quando dici di venire dall’Italia.
L’anno all’estero è una possibilità, una possibilità di vedere da un altro punto di vista quello che ci circonda e la nostra vita, una possibilità di crescere e di acquisire dei concetti che a quest’età non potresti acquisire in nessun altro modo, una possibilità anche di conoscere se stessi, i propri limiti e quello di cui si è capaci, una possibilità di conoscere persone provenienti da tutto il mondo con cui condividi la stessa passione, gli stessi sogni e gli stessi problemi.
È una possibilità che capita una volta sola e io vi dico: prendetela!
Buttatevi, esplorate, sperimentate, fate figuracce… partite!

Malmö, 3 dicembre 2016

Bianca

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