Essere mobili, ossia essere più vivi

Mariarita Semprini

Insegnante presso il liceo Giulio Cesare di Rimini

Chelsea era australiana, con gli occhi azzurri e la voce sottile. Nella scuola dove insegno io entrano tutti i giorni eroi omerici, poeti e filosofi, qualche scienziato pure, ma un’australiana studentessa internazionale non era arrivata mai.

Chelsea è stata a Rimini, nella mia città e nel liceo dove insegno, solo due mesi; non sapeva andare bene in bicicletta, che da queste parti è un problema, e parlava inglese (e anche questa è faccenda non da poco...). Mi dicevo: “Cosa farà in un liceo classico e come andrà a finire?”, ma io stessa mi sono stupita di quanto avesse da dirci.
Nelle scuole italiane spesso la mobilità studentesca si veste da problema ma, come in molte vicende umane, bisognerebbe prima far parlare l’esperienza, e poi forse preoccuparsi

Nelle scuole italiane spesso la mobilità studentesca si veste da problema: programmi personalizzati, rallentamento di quelli veri, verifiche da ripensare; come in molte vicende umane bisognerebbe prima far parlare l’esperienza, e poi forse preoccuparsi. In realtà è molto più facile del previsto (sempre partendo dalla buona volontà, certo); Chelsea ha tradotto le slide di biologia a buona parte del nostro triennio, ha fatto scoprire ai nostri adolescenti un paese in cui quasi tutti i sedicenni lavorano e studiano, ha raccontato in australiano, ascoltato in italiano, imparato a muoversi in bicicletta e ha occupato un banco speciale nelle classi da cui arrivava la preziosa percezione di stare appoggiati su più mondi. Questa è lei il giorno del saluto:

Chelsea e la sua classe il giorno del saluto

Non sapete quante volte io e i miei studenti ne abbiamo parlato, dopo la sua partenza; pur non avendo avuto il tempo di conoscerla davvero, era già successo a qualche insegnante di considerare i suggerimenti venuti dalla sua testimonianza e a noi di pensarci sia più piccoli (cioè meno al centro) sia meno soli (cioè più ricchi).
Grazie alla testimonianza offertaci da Chelsea, ci siamo pensati sia più piccoli (cioè meno al centro) sia meno soli (cioè più ricchi)

Questa è la storia, invece, di una gita. Essendo spesso alla ricerca di un modo concreto in cui la scuola tutta possa giovare della mobilità (a volte non riesce neanche alla classe, per questo i docenti devono guidare) ho organizzato, con un collega di Filosofia e Storia, il viaggio di istruzione di tutte le classi quinte in Olanda, da cui era tornata, pochi mesi prima, Eleonora, studentessa della 5A.

Abbiamo tracciato un viaggio itinerante, da Utrecth a Rotterdam ad Amsterdam con una guida speciale, una giovane italiana che in quel paese aveva appena vissuto un anno della sua vita. Senza i suoi consigli non avremmo mai visto lo straordinario Kroller-Muller Museum e il suo parco da attraversare in bicicletta; e senza di lei non saremmo entrati nel Liceo Gymnasium di Utrecht che l’aveva ospitata e si è prestato a un “gemellaggio” dentro la nostra gita. Per dei ragazzi diciottenni entrare in una istituzione di un paese straniero, per un Classico come quello di Rimini poi, è una esperienza che immette davvero nella tradizione e nel pensiero altrui; non dimentico il silenzio e l’attenzione con cui hanno ascoltato l’insegnante di greco olandese, guardato le copie di statue classiche nei corridoi e scrutato i liceali. Visitare l’Olanda per loro non vorrà mai dire trasgressione o luci rosse.

Alla fine c’è Sofia.

Sofia è una mia studentessa quest’anno negli Stati Uniti; la sua classe è molto brillante ma un po’ “individualista”. Ho proposto un progetto multidisciplinare sul tema della frontiera avendo due obiettivi: sollevarli da quella posizione da centro del mondo e della cultura e avvicinarli a uno dei più urgenti nodi della contemporaneità: il nostro rapporto con chi valica ancora le frontiere.
Vivendo all’estero, un ragazzo attento e consapevole del privilegio che ha non può che vedere che tutti i punti di vista sono leciti e diversi e naturali e interessanti

Ho chiesto a Sofia non una teoria bella e difficile da mettere alla parete, ma un apprendimento vero; quello che dice nel breve video che vedete sopra è tanto semplice quanto essenziale.

Vivendo all’estero un ragazzo attento e consapevole del privilegio che sta attraversando non può che vedere ogni giorno che tutti i punti di vista sono leciti e diversi e naturali e interessanti. Se la cosa migliore sarebbe spostare scuole e docenti sul mappamondo avanti e indietro, non è detto che non si possa imparare dai nostri studenti a essere mobili, e quindi più vivi.

Mariarita Semprini

Insegnante presso il liceo Giulio Cesare di Rimini

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