Ho imparato a non arrendermi mai

Luigi

Da Napoli in Bosnia per un anno

Sono passati più di due mesi da quando sono qui, e posso dire che questi sono stati i due mesi più difficili della mia giovane vita.

Mi hanno messo alla prova, mi hanno fatto riflettere e credo di esser maturato più in questi mesi che negli ultimi due anni. Hanno rimesso in gioco tutte le mie certezze facendomi capire che quello che pensavo fosse quasi del tutto sbagliato, e per questo ringrazio Intercultura per avermi dato la possibilità di partire. Partiamo però dall'inizio.

Arrivato a Sarajevo per il campo iniziale mi sentivo forte, capace di fare tutto, quasi come se tutte le parole dei volontari nel periodo di preparazione a me non servissero. Arrivato a Milici però la situazione mi è apparsa parecchio diversa da come me la sarei aspettata.

I primi tempi avevo problemi nel comprendere tutto ciò che mi capitava intorno, ma poi mi sono ricordato cosa avevo imparato durante uno degli incontri di preparazione: "voi non dovete sempre capire una cultura, ma dovete accettarla così com'è"Era l'8 di settembre e mentre nella mia Napoli la gente tornava dal mare, io avevo bisogno di una felpa per proteggermi dal freddo della notte. Eravamo alla stazione degli autobus, io e il mio fratello ospitante che era venuto a prendermi a Sarajevo, e aspettavamo il papà ospitante. Dopo circa dieci minuti di attesa vediamo un vecchio e sporco furgoncino venirci incontro suonando il clacson. Da questo ne esce una figura particolare: un uomo muscoloso e possente con un tono di voce altissimo, anche per noi italiani. Era il mio nuovo papà. Ci prende e ci porta a casa.

Il villaggio è talmente piccolo che tutti si conoscono e a ogni persona che passava lui urlava saluti in una lingua per me del tutto sconosciuta. Arrivati nella nuova casa, la prima cosa che ho notato è stata la piccola fattoria che avevano nel giardino: tre maiali, otto galline, un cane e due gatti. Entrato in casa ho scoperto che è loro usanza togliere le scarpe fuori la porta e camminare scalzi per casa, usanza che poi scoprirò derivare dall'impero ottomano che ha governato su questi territori per molti anni nei secoli passati. La casa è del tutto differente rispetto la mia in Italia: semplice, con poche comodità,
un computer come unica fonte di svago e una televisione via cavo solo per seguire le notizie al telegiornale e la musica turbo folk (musica tipica di queste zone). Alcune difficoltà le ho riscontrate anche nei servizi igienici in quanto mi ero aspettato di non trovare il bidet, tipico prodotto italiano, ma non immaginavo minimamente di non trovare il lavandino.

A scuola ho trovato professori magnifici che mi hanno aiutato, ma anche persone che al "nuovo" si spaventano e hanno chiuso le loro porte. Con queste ho avuto non pochi problemi ed è stato molto difficile trovare punti di incontro specialmente perché il livello di inglese in quella scuola non è molto buono e non avevamo modo di comunicare. Con alcune persone ci sono riuscito ma con altre, ahimè, non ho potuto stringere forti legami e mi sono scontrato più di una volta.

Uno dei motivi per cui ho scelto la Bosnia è stato quello di capire come tre differenti culture riuscissero a convivere dopo una guerra così spietataHo scoperto che dal punto di vista politico la Bosnia non è così semplice da interpretare: la guerra di venti anni fa ha suddiviso il territorio bosniaco in "Federazione di Bosnia Erzegovina" e " Republika Srpska". Io sono nella seconda, e dopo due mesi credo che per uno studente che partecipa ad un programma di scambio sia più facile vivere nella "Federazione". Quando i miei amici italiani mi chiedono dove mi trovo di preciso, ho problemi nello spiegarglielo in quanto mi trovo in Bosnia, ma la gente è serba, le scuole seguono il sistema serbo, e come lingua madre si parla il serbo (anche se le differenze con il bosniaco e il croato sono minime). I primi tempi avevo problemi nel comprendere tutto ciò, ma poi mi sono ricordato cosa avevo imparato durante uno degli incontri di preparazione, a mio avviso davvero molto utili, quando una volontaria ci disse: "voi non dovete sempre capire una cultura, ma dovete accettarla così com'è". Allora non capivo cosa volesse dire quella frase, ma col tempo l'ho compresa perfettamente e mi ha aiutato molto.

La lingua è stata un bel problema all'inizio. Come ho già detto, a scuola il livello di inglese è scarso e anche in famiglia nessuno sa parlare un’altra lingua oltre che al serbo. Il primo mese è stato davvero frustrante: arrivavo la sera con forti dolori alla testa e, con il morale giù, pensavo che tutti quei rumori sono la loro lingua realizzando che io non capissi praticamente nulla. Ero tornato a quando avevo un anno e non riuscivo a esprimere cosa volessi. Dopo la quinta settimana, però, tutto ha iniziato a cambiare: i rumori iniziavano a diventare musica e quei suoni annodati iniziavano a non essere poi così tanto difficili da sbrogliare. Ho iniziato a farmi capire e capire cosa mi chiedessero. Con le scomodità della casa ho iniziato persino a conviverci!

Uno dei motivi per cui ho scelto la Bosnia è stato quello di capire come tre differenti culture riuscissero a convivere dopo una guerra così spietata, e dopo due mesi posso dire che quella che pochi anni fa si è consumata è stata a mio giudizio una guerra inutile. E' stata una guerra che ha cambiato un popolo, una nazione e tutto ciò che ha a che fare con questa. Persone che il giorno prima erano vicini di casa e amici, il giorno dopo erano nemici con fucili puntati contro. Il mio papà ospitante ha combattuto, vent’anni fa, e così anche i miei professori. Negli occhi delle persone ho visto la tristezza di chi ha perso un figlio, un fratello o semplicemente un amico. Quando li vedevo ridere, avevo come l'impressione che i loro occhi erano altrove, a ricordare persone che non ci sono più e ad immaginarli lì, vicino a loro. Sono persone forti, sono persone che, nonostante tutto, continuano a vivere a testa alta e fiere delle loro origini.

Credo che questo sia il vero scopo dell’esperienza: trovare una soluzione anche quando questa non sembra esserci

Stando qui, in questi due mesi da loro ho imparato a non dovermi mai arrendere. Anche se il cammino è arduo non bisogna mai fermarsi e bisogna continuare a procedere per la propria strada. Durante le videochiamate con la mia famiglia italiana è capitato che mi vedessero a pezzi, esausto. Vedendomi in quelle condizioni mi hanno chiesto se volessi tornare, se ce l'avessi fatta a vivere lontano da casa per tutto questo tempo. Credo che questo sia il vero scopo dell’esperienza: trovare una soluzione anche quando questa non sembra esserci.

Da poco più di tre giorni sono in una nuova famiglia, in quanto la vecchia casa era troppo fredda per sopravvivere ad un inverno bosniaco con temperature che sfiorano i -25°C.

Qui hanno tutti i confort, tutte le comodità, ma mi rendo conto che non ho bisogno di tutto questo. Mi rendo conto che per essere felici non occorre avere beni materiali. Dopo due mesi capisco come quei bambini che vidi nel pullman dopo il campus iniziale fossero felici senza nulla, solo il necessario.

Dopo due mesi ho capito tutte queste cose e quello che mi rende ancora più soddisfatto di questa esperienza è immaginare quello che potrò scoprire nei restanti otto mesi qui.

Dell'Italia mi mancano tantissime cose. Mi mancano gli amici, i parenti, i gesti che prima consideravo scontati ma che ora considero quasi "sacri". Sempre una volontaria ci disse: "quando sarete in un'altro Paese, imparerete ad amare quel Paese e, cosa più importante, amerete sempre di più l'Italia e vi sentirete italiani come mai successo nella vostra vita". Mai frase fu più azzeccata.

In due mesi ho affrontato una moltitudine di sfide, dalle più banali come andare a comprare il pane e il latte al supermercato, a quelle più difficili che mi hanno fatto maturare e mi stanno facendo diventare la persona che mi sarei aspettato di diventare dopo questa esperienza
Questa è un'esperienza difficile. Ti prende, ti spoglia delle tue sicurezze e ti riveste con una conoscenza e una consapevolezza che solo chi ha la fortuna di affrontare un'esperienza del genere può capire. E' un'esperienza che bisogna affrontare con una grande quantità di determinazione e una grande forza di volontà. Si è soli contro tutti e per la prima volta si entra interamente nel mondo dei grandi, bisogna contare solamente sulle proprie forze. Se tornassi indietro nel tempo sono sicurissimo che rifarei le stesse scelte che ho fatto e risceglierei lo stesso programma annuale in Bosnia. E' un esperienza che dà tanto e non posso che ringraziare Intercultura per questa esperienza.

Hvala Intercultura, Hvala Bosnia!

Luigi

Da Napoli in Bosnia per un anno

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