Il Nebraska del 1960

Anna

storica borsista, nel 1960-61 negli Stati Uniti

Mi chiamo Anna Robles e sono un’AFSer, anno 1960/61, Kimball, Nebraska USA.
Già, sono un AFSer.
Aver vissuto quell’esperienza è diventato uno stato del cuore e della mente, sempre divisi tra il mio Paese e quell’altro.

Quando stentai a trovare Kimball sulla carta geografica rimasi un po’ delusa… l’America erano le grandi città, ma quel paesino di sole 6.000 anime nella profonda provincia del Midwest è stato per me l’intera America, con i suoi pregi e i difetti, che avevo amato leggendo Steimbeck, Dos Passos, Fitzgerald o la Alcott e che desideravo tanto conoscere… e che è diventata la mia seconda home.

Quando la Seven Seas si allontanò dal porto di Rotterdam sotto la pioggia ed io, stringendo le rose gialle datemi dall’amica della mia mamma con la quale mi accompagnò fino all’Olanda, invano cercai i loro volti tra i tanti che si affolavano dietro i vetri della stazione marittima, capii che il distacco era avvenuto veramente.
Mi prese una malinconia profonda, che la musica della piccola banda che salutava la nostra partenza rese ancora più struggente, e provai anche un senso di paura per ciò che stava davvero per iniziare… Però l’eccitazione per quella avventura che sarebbe durata un anno intero prevalse e mi sentii solo po’ colpevole… avevo 16 anni e sapevo che avrei ritrovato il mio mondo di affetti al ritorno.

Il viaggio verso il Nuovo Mondo ebbe momenti di grande commozione, due in particolare: il primo, quando la nave si fermò nel punto in cui era affondata l'Andrea Doria e noi italiani lanciammo una corona di fiori e poi cantammo l'Inno di Mameli, e dopo che la Seven Seas salutò la sua sfortunata sorella con tre lunghi fischi e ripartì, avevamo tutti gli occhi rossi.
Il secondo, quando attraverso una nebbiolina grigia e fredda intravedemmo la Signora con la fiaccola e ci sentimmo simili agli immigrati dell'800 e ci percorse un senso di anticipazione e paura. Eravamo arrivati e avremmo dovuto dividerci dagli amici fatti sulla nave.
E già perché durature amicizie ed affetti sinceri io feci nella cabina 506
Amicizie che durano ancora come quella con Gabriella Romani, la Lella da Milano, che con ironia e dedizione assistette me e le altre sei ragazze durante i giorni di vomito continuo porgendoci i famosi scatolini di cartone... finché un giorno irruppe nella cabina il Capitano, che con voce tonante e severa ci intimò ad alzarci e andare all'aria aperta... poi come un vero prestigiatore estrasse dalla tasca della sua impeccabile divisa blu delle supposte che distribuì con un inchino a ciascuna di noi... le supposte del Capitano furono miracolose...

Beh, Lella è una delle mie più care amiche, cerchiamo di vederci quando è possibile: io a Milano, lei a Bari e ci lega un affetto profondo.

Già, gli affetti.
La mia famiglia ospitante era composta da solo 3 persone: Dad, il medico più in vista di Kimball, Mom, casalinga perfezionista, e Sis, unica figlia adorata, viziata e molto popolare tra i ragazzi.

Molte volte mi sono chiesta perché avevano voluto ospitare una exchange student in quanto non mi hanno mai chiesto della mia famiglia italiana, della mia città, mai mi hanno abbracciato o baciato, spesso mettevano in discussione i miei comportamenti ed i gusti alimentari, quasi sempre dettavano regole o criticavano il mio modo di vestire, le mie amicizie ed il mio non usare il rossetto… Ci volle un continuo equilibrio per evitare frizioni ma, da parte loro, forse mancava la voglia di ascoltare e parlare veramente.

La vigilia di Natale ed il giorno di Natale furono momenti di solitudine e nostalgia perché, a parte un gigantesco albero e tanti tanti doni, mancarono del tutto l’allegria ed il calore della famiglia. Non ci fu neanche una torta di compleanno a casa, ma ci pensò Barbara, una cara amica che organizzò un piccolo party.
Ginny, la mia sorella, a stento mi parlò per il primo mese. Ostentava i suoi 65 pullover di cachemire ed il piccolo aereo che pilotava, ma dopo quel primo mese, un po’ alla volta si sciolse ed infine diventammo sorelle amiche e complici di tante bravate.

A scuola fu tutta un’altra storia: quando fui accusata dalla prof. d’inglese di essere una spia russa per aver detto che il sindaco della mia città era un Socialista con conseguente calo dei voti, visite e colloqui con i miei genitori, contatti con gli uffici di New York e richiesta di una vista di un rappresentante dello staff della segreteria nazionale, i miei compagni di classe insorsero e difesero a spada tratta me ed il mio diritto ad esprimere idee ed opinioni.

Allora rimasi sbalordita da quella specie di caccia alle streghe alla McCarthy, ora è un annedoto che fa ridere tutti
Compagni e compagne si dimostrarono subito amichevoli e mi offrirono spontaneamente consigli, spiegazioni e suggerimenti su come affrontare le lezioni e approcciare i professori.
  • L'etichetta di Anna, nel 1960
  • L'arrivo della Seven Seas, storica nave degli AFSers, al porto di New York
  • Kennedy prima del discorso ai 1400 Afsers 60-61 assiepati nel Giardino delle Rose
  • Con la sorella ospitante
  • Lo Student Council - Anna è la prima in basso a sinistra
  • La consegna del diploma
  • In viaggio!
  • Con gli altri studenti stranieri al campo finale
  • Partenza da Babylon...si torna a casa.
  • Reunion della classe, dopo 50 anni
  • Il ritorno alla scuola americana, dopo oltre 50 anni
  • L'evoluzione storica delle classiche etichette da bagaglio di ogni studente di Intercultura

Dai momenti, inevitabili, di nostalgia e malinconia mi salvarono i tanti amici che avevo fatto a scuola, che mi invitavano nelle loro case, che mi iniziarono agli hamburger e agli hot-dog, ai sandwich, al peanut butter e bacon e soprattutto ai gelati del Dairyqueen.
Tutto si svolgeva a scuola: balli, recite, gare di cucina, sport, dibattiti ed io partecipavo a tutto
Fui eletta nello Student Council e vice presidente della classe del 1961 definita "THE CLASS WITH CLASS AND WITH THE ITALIAN TOUCH" (la classe con classe e dal tocco italiano) ed infine reginetta della prom dance.

Un capitolo a parte merita la religione. La mia famiglia era ebrea ma non praticante, anzi in un certo modo non volevano si sapesse che lo fossero, e quindi non frequentavano nessuna chiesa… Ma da una cattolica ci si aspettava che andasse a messa ogni domenica, si confessasse e si comunicasse, vedesse i padri spirituali ospiti della chiesa di Saint Joseph, frequentasse le riunioni settimanali della locale associazione giovanile cattolica e ne traesse spunto per un comportamento virtuoso che escludesse fumo e alcol.

Ma le riunioni erano un divertimento continuo ed i padri spirituali una vera sorpresa, specie un Gesuita che avrebbe saputo darmi buoni consigli e che fui spinta ad incontrare.
Costui era un gigante di bell’aspetto che mi accolse in jeans e camicia a quadri fumando un sigaro Avana, scommetto che avesse una bottiglia di Scotch nascosta da qualche parte.
Parlammo per circa un’ora sul Papa, Roma, la mia famiglia, la mia città ed infine mi chiese se avevo qualche problema che potesse aiutarmi a risolvere.

Poiché ogni sabato sera avevo un date con un ragazzo diverso, gli chiesi se era “peccato” concedere l’inevitabile bacio della buonanotte a tanti ragazzi. Questa fu la sua risposta: “Ena (Anna), è molto meglio baciare tanti ragazzi piuttosto che uno solo” e mi congedò.
(Da aprile in poi ne baciai uno solo, il mio primo vero amore, in barba al Gesuita).

Ma il senso del divino lo trovavo, più che a Saint Joseph, nelle chiese delle diverse professioni protestanti dove mi piaceva andare per ascoltare i sermoni dei rispettivi pastori. Capolavori di eloquenza dai contenuti profondi anche se spesso punitivi piuttosto che assolutori…

Il Signore Lo trovavo nelle infinite e dritte strade nel Nebraska, nei tramonti infuocati e tinti di violetto, nei cieli notturni stellati che sembravano così bassi, quando cantavo nel coro della scuola o nuotavo nelle placide acque del lago Oliver, quando guardavo le fiamme dei pozzi di petrolio guizzanti contro il cielo, o quando percorrevo le strade di Kimball-Howard, Chestnut, Elm, e tutte le altre delimitate da alberi imponenti e frondosi.

Allora mi sentivo serena, in comunione con la mia mamma ed i miei fratelli lontani
Arrivò, ahimè, il giorno della partenza ed un gruppo degli amici più cari vennero a salutarmi alla stazioncina di Kimball. Molte lacrime furono versate, io le trattenni finché salii sul treno, dove scoppiai in un pianto dirotto… capivo che era un distacco definitivo da un periodo importante della mia vita.

Il treno mi portò a Lincoln da dove iniziò il viaggio in pullman verso New York.
Eravamo AFSer di 16 diverse nazionalità, che giorni allegri ed entusiasmanti, quante nuove amicizie e fra tutte quella con Christian, il timido ragazzo tedesco che è diventato un fratello e la sua famiglia anche la mia.

In attesa del volo di ritorno in Italia (eh sì, la partenza era stata in nave!), trascorsi una settimana a casa dei Lewis a Babylon, Long Island e lì ebbi l’incontro più significativo dell’intero anno: Mom Jane, una vera maestra di vita che ho considerato una seconda mamma fino a quando è vissuta e di cui mi sento orfana.

Sono tornata a Kimball più volte, l’ultima nel 2011 per il Cinquantenario della mia classe ed è stato tutto un rieccheggiare di “Ena, Ena do you remember?” Ricordavo tutto, anche più di loro, tanto da essere nominata la hystorian della classe.

Ecco, durante quell’anno, in me è stato piantato un seme che nel corso degli anni, ormai ben 57, è diventato forte e rigoglioso e le cui foglie, quando smosse dal vento dei ricordi, parlano di amicizia, tolleranza, conoscenza, generosità, autoconsapevolezza, autonomia, gratitudine, apertura mentale, rispetto per i propri valori e quelli degli altri…

E sulle sue foglie,sempre giovani sempre sorridenti i volti di Jim, B.Ann, Mike, Ginny, Jim, Myra, Julie, Barbara, Jerry, Mary Jane, Carol, Lee, Debbie, Susan, Myra, Conrad, Mr. Macnees, Kim, Mom Jane di Babylon e di tutti gli amici, molti dei quali sono venuti a trovarmi qui a Bari, della mia splendida ed indimenticabile esperienza in quanto AFSer.

Anna

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