Il segreto della felicità è la libertà

Jlenia

Da Lanusei-Tortolì in Honduras per un anno

"Nata con la valigia in mano" così mia mamma mi descrive. Ho sempre avuto la passione e la voglia di conoscere nuovi posti e nuove culture e questo è stato il motivo principale per cui ho fatto domanda a Intercultura. Mollare per un anno, a soli 16 anni, la propria solita vita, sembra facile, ma non è così. Mi ricordo ancora la scelta dei Paesi, l'attesa, gli incontri, che ti fanno provare adrenalina pura, che dal momento in cui guarderai per l’ultima volta i tuoi famigliari in aereporto non ti lascerà più.
Il Paese che io avevo scelto era diverso, il mio Paese è conosciuto come uno dei posti più pericolosi e poveri al mondo.
Ne sentivo tante: "Tornerai dopo appena due settimane", "Vai a farti violentare", "Te sei pazza".
Ma ho lasciato casa, osando, con solo quei 35 kg di scarpe e vestiti e il cuore diviso in due.
Mi sentivo pronta per stare lontana dalla mia vecchia vita per 11 mesi.
Ma non lo ero.
Non esiste la famiglia perfetta e tutti sappiamo bene che è così, però esiste quella famiglia che riesce a farti amare i proprio difetti.
Sono arrivata qui, senza conoscere nessuno, senza parlare spagnolo, senza dei punti di riferimento, che speravo presto sarebbero diventati i miei fratelli. Ma non è stato così.
Sono arrivata qui, e mi sono trovata le porte chiuse, mi sono trovata sola, provavo a esprimermi e ridevano di me, provavo a farmeli amici e si allontanavano, provavo a essere forte ma non ci riuscivo, provavo a mettermi in contatto con la mia famiglia italiana, ma non c'era una rete internet.
Provavo a piangere, beh, questo riuscivo a farlo bene.
Dopo appena due settimane ho chiesto di cambiare famiglia, e andare a vivere da una delle poche persone con cui avevo stretto amicizia.
Nuova casa, nuove abitudini, nuovi fratelli, ma nulla mi faceva paura.
Avevo una nuova famiglia, ma dall'altra parte ne avevo una contro...
Non mi preoccupavo tanto, mi sentivo bene, uscivo, andavo a scuola, giocavo a pallavolo, conoscevo nuove persone, fino a quando tutto quel poco che mi ero creata si è sgretolato davanti ai miei stessi occhi.
Era passato solo un mese, e ancora avevo difficoltà con la lingua, ma credo che mai nella mia vita dimenticherò le parole che mi sono state gridate "Te ne vai, non ti vogliamo più qui, ci siamo accorti che sei un problema".
Allora il problema ha dovuto fare le valigie un'altra volta, ha dovuto lasciare tutto, e ricominciare da zero.
Ma subito ho incontrato una nuova casa, una nuova famiglia che sembrava davvero interessata a tenermi lì con loro per tutto il resto della mia esperienza.
Nel giro di due settimane mi sentivo già a casa.

Scatti dalla vita di Jlenia in Honduras

In quel momento qualcosa è cambiato, le loro abitudini e i loro impegni cominciarono ad essere molto più pesanti per le mie attività scolastiche e extra scolastiche.
Ho dovuto lasciare la pallavolo, ho dovuto rinunciare alle poche uscite che mi erano permesse se non ci andavo con almeno una delle mie sorelle ospitanti, ho dovuto imparare a studiare in una stanza, al caldo, da sola, nel retro della chiesa perché le loro messe riempivano quasi tutti i nostri pomeriggi.
Non avevo più tempo per me stessa, e ne avevo bisogno, soprattutto perché si avvicinava il Natale, e la nostalgia di casa invadeva il mio corpo.
Niente luci natalizie, niente albero di Natale, niente cibo della nonna, niente amore.. Era tutto così spento.
Poi finalmente mi è arrivata la convocazione a Copan (città delle rovine dei Maya), finalmente potevo rivedere tutti i miei amici italiani.
Ed è cominciato il conto alla rovescia.
Copan è stato il paradiso, come tornare a casa per 4 giorni.
Parlando e raccontando un po' di noi mi sono resa conto di come mi stavo rovinando l'esperienza, non era questo lo scopo di Intercultura, non era farmi pensare all'Honduras come un paese del pericolo, che solo i pazzi ci possono vivere, non era stare sempre chiusa in casa o in chiesa a seguire una messa che non è nemmeno della tua stessa religione.
Sono tornata a casa e ho chiesto aiuto, ma ero vista come l'italiana che non riesce ad adattarsi, vuole sempre e solo cambiare, non le sta mai bene niente. Allora sono tornata sui miei passi... e ho deciso di continuare a sopportare..
Ma dopo un mese non avevo più le forze, sentivo tutti gli italiani felici di quello che stavano vivendo e io invece volevo tornare dalle braccia di mamma, volevo mollare, volevo sentirmi protetta e amata davvero.
Ma AFS Italia e AFS Honduras mi ha vietato il ritorno, non dovevo perdermi questa opportunità, ero stata scelta in mezzo a milioni di persone per un Paese così difficile perché ero in grado di affrontarlo.
Inoltre tornando a casa avrei sentito solo parlare di come non avessi terminato il mio anno, perché si sa che la gente parla, senza sapere.
Allora ringrazio AFS, che mi ha dato la possibilità di conoscere la mia quarta famiglia, quella in cui finalmente sto davvero bene, quella che non voglio lasciare, quella dove il pomeriggio posso andare da sola a farmi una passeggiata in spiaggia senza aver paura di essere assaltata, quella dove la mattina per andare a scuola devo prendere sul bus senza aver paura di essere violentata, quella dove posso uscire la sera a bere un caffè con gli amici senza essere trattata come figlia del diavolo perché esco con dei maschi senza essere sposata.
Grazie AFS per aver cambiato la mia visione di questo Paese, grazie per avermi fatto iniziare a vivere quest'esperienza, grazie per questa grande lezione di vita.
Mi restano solo tre mesi, ma saranno i tre mesi più belli della mia vita.
E alla fine è vero, Honduras è un paese pericoloso, ma come tutto il resto del mondo ha i suoi luoghi di pace.
E solo adesso, mi rendo conto di quanto sarà difficile lasciare la mia famiglia per tornare dalla mia famiglia.

Jlenia

Da Lanusei-Tortolì in Honduras per un anno

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