L’esperienza che mi ha cambiato la vita

Intercultura

in occasione della presentazione dell'Osservatorio nazionale sull'internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca

Intercultura è una sfida, un percorso educativo, un'esperienza che contribuisce alla crescita. E soprattutto è una storia che dura tutta la vita. Ma quali sono i benefici sul breve, medio, lungo termine sul percorso accademico, lavorativo, personale di chi ha vissuto per un periodo all’estero da adolescente?

Delle competenze più importanti che si acquisiscono attraverso un'esperienza di vita e di studio all'estero e che sono necessarie per distinguersi nel mondo del lavoro e per comprendere la complessa realtà della società moderne si è parlato la mattina di lunedì 10 ottobre a Milano in occasione della presentazione della ricerca 2016 dell’Osservatorio nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca (www.scuoleinternazionali.org) affidata dalla Fondazione a Ipsos attraverso l’intervista a un campione tra quelle migliaia di allora adolescenti che, tra il 1977 e il 2012, hanno trascorso all’estero un periodo compreso tra il trimestre e l’anno scolastico.

La manifestazione, ospitata nella sede di Assolombarda di fronte di fronte a 400 studenti delle scuole superiori e intitolata “L’esperienza che mi ha cambiato la vita”, ha visto la partecipazione di Diego Piacentini, appena nominato Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, che ha scelto proprio l’evento di Intercultura quale sua prima uscita pubblica per sottolineare i benefici dell’esperienza vissuta da lui stesso all’estero a 17 anni, Carmela Palumbo, Direttore Generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione del MIUR, Oliviero Bergamini, caporedattore esteri del TG1 e anche lui ex partecipante a un programma all’estero con Intercultura, Susanna Mantovani, Docente Ordinario di Pedagogia Generale e Sociale all’Università degli Studi di Milano Bicocca e alcuni giovani studenti appena rientrati da soggiorni di un anno all'estero negli USA, Cina. Danimarca, Norvegia, Repubblica Dominicana, Panama, Filippine.

La ricerca in un'infografica

Il risultato più evidente che emerge dalla ricerca è che si tratta di una popolazione di laureati (84% vs la media italiana tra ex liceali pari al 52%), con un percorso universitario brillante (il 64% si dichiara tra i migliori del proprio corso e il 32% ottiene il massimo alla laurea rispetto al 21% della media nazionale), che ha scelto il lavoro dipendente (a livelli quadri e dirigenziali per un terzo di loro, vs il 15% degli italiani) anche per poter intraprendere una carriera internazionale. Inoltre non hanno avuto difficoltà a trovare lavoro o a cambiarlo, lo dichiara l’83% e il tasso di disoccupazione complessivo è al di sotto del 9% (vs un dato italiano pari al 14% tra i 20 e i 54 anni). Dulcis in fundo, non sono di certo “bamboccioni”, visto che solo il 2% degli over 34 anni vive ancora con i genitori, rispetto a un dato nazionale che si attesta attorno al 12%.
il 90% si dichiara complessivamente felice, uno stacco netto rispetto alla media degli italiani che è del 67% Ma soprattutto, chi ha trascorso un periodo di studio e di vita all’estero, a contatto con un’altra cultura, con i propri limiti e con i propri talenti nascosti, è una persona soddisfatta: della propria carriera, perché coerente con i propri interessi e aspirazioni, e della loro vita: il 90% si dichiara complessivamente felice, uno stacco netto rispetto alla media degli italiani che è del 67%. Se la ricchezza di una nazione si basasse sul tasso di felicità, visto come un diritto e non come un’aspirazione, anziché il PIL, sarebbe forse più facile sapere in quale direzione muoverci.

Il beneficio più importante, però, è la consapevolezza del ruolo attivo che queste generazioni di ex partecipanti ai programmi all’estero devono avere nella societàIl beneficio più importante, però, è la consapevolezza del ruolo attivo che queste generazioni di ex partecipanti ai programmi all’estero devono avere nella società. Essendo stati, da giovanissimi, a confronto con una cultura diversa per un lungo periodo, messi in una situazione di minoranza dove avevano difficoltà a capire la lingua, i gesti, le motivazioni di scelte, silenzi, sguardi, questi ex partecipanti ai programmi all’estero sono consci di vivere in un mondo che non si ferma ai confini della propria nazione e che sempre di più sta diventando cosmopolita . E’ una generazione di globetrotter che somma l’identità comunitaria a quella nazionale: il 79% si sente di appartenere all’Unione Europea, e il 52% immagina l’UE con un ruolo più centrale (vs il 24% degli italiani). Infine, per chi è abituato a muoversi in un territorio più vasto di quello nazionale, come queste generazioni di globetrotter, i benefici della libera circolazione sono irrinunciabili: se il 58% degli italiani vuole ripristinare i controlli alle frontiere, rinunciando ai benefici di Schengen, solo il 14% degli ex partecipanti condivide questa opinione.

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