Lasciarsi alle spalle le proprie paure

Claudia

Da Bari in Norvegia per un anno

Ho passato un bel po’ di tempo pensando a cosa potessi scrivere per evidenziare un solo mio cambiamento dovuto a questa esperienza, ma la verità è che è totalmente impossibile scegliere. Questa esperienza è piena di sfaccettature e ti regala milioni di emozioni, tutto ciò provoca un cambiamento sostanziale nella personalità e nell’attitudine di ciascun ragazzo. Credo che scrivendo, ognuno possa essere in grado di ordinare i propri pensieri, ma allo stesso tempo lasciare liberi i propri pensieri, così come sono: senza filtri. Prima di iniziare col parlare dell’esperienza in sé, mi sento in dovere di esprimere tutta la mia gratitudine nei confronti delle persone che hanno “accettato il mio volo”, che mi hanno lasciato andare, volendo sempre la mia felicità. La mia famiglia è la cosa che conta di più per me; è sempre stato così e sempre così sarà. Ovviamente a questo si affianca la paura di perdere “pezzi” di vita delle persone a cui tieni molto. Un anno all’estero non è uno scherzo, non è una vacanza come molti invece pensano, non è qualcosa di facile da superare. La paura di perdere qualcuno di importante mi stava logorando prima di partire, la paura di non esserci per i miei amici nell’esatto momento del bisogno, la paura di non essere forte e pronta a tal punto da lasciare le braccia aperte dei miei genitori, la paura che altre persone possano prendere il tuo posto. Ovviamente partire significa anche lasciare qualcosa, e così come si è pronti a lasciare casa, amici e abitudini, si deve essere anche decisi a lasciare alle spalle le proprie paure. Forse io questo non l’ho mai fatto però. Ora sono al settimo mese del mio fantastico percorso qui in Norvegia e queste paure le ho ancora. Sicuramente sono paure che spariranno quando tornerò a casa, ma le avrò soltanto sostituite con altre riguardanti la mia famiglia norvegese o amici stretti qui.

Ho iniziato una nuova vita. Mi sembra a dir poco impossibile l’idea di dover lasciare questo posto: ora mi guardo intorno e vedo loro, la mia nuova famiglia, la mia nuova scuola, i miei nuovi amici, la mia nuova vita che da sola mi sono costruita. Immaginare che tra tre mesi mi guarderò intorno e vedrò tutto ciò che mi apparteneva, ma che probabilmente vedrò distante e mi sembrerà non appartenermi più. Sarò disorientata. Il mio rientro mi spaventa più della mia partenza…
-Parti: sai cosa lasci.
-Torni: non sai cosa ritrovi.

Finito questo, vorrei iniziare col descrivere il mio primo giorno di scuola. Ricordo che ero seduta in macchina con la mia mamma norvegese e mia sorella. Ero davvero emozionata e avevo un fortissimo mal di pancia per il nervosismo. Arrivati davanti all’entrata principale, ho subito pensato che non fosse poi così bella come struttura e che sembrava un carcere, un po’ piccola… Appena entrate, ci siamo dirette nell’ufficio della mia tutor interna (interna nella scuola) e abbiamo scelto insieme le materie che avrei dovuto seguire quest’anno. Una volta finito, abbiamo raggiunto mia sorella; lei era con le sue amiche, mi portarono in giro per la scuola presentandomi a tutti, molte persone cercavano di instaurare un discorso con me, ma ero troppo occupata a guardarmi intorno per rispondere. Tante persone mi guardavano e sorridevano. Ad un certo punto una professoressa che non conoscevo ancora, invita tutti gli alunni del secondo anno (me inclusa) ad accomodarci nell’auditorio. Trovo una ragazza che avevo già visto prima (probabilmente tra le ragazze che mia sorella mi aveva presentato) e lei mie prende sottobraccio e mi fa sedere accanto a lei. Come ogni anno citano la presenza di studenti AFS nella scuola e fra tanti citano il mio nome, ma ovviamente il discorso era in norvegese, quindi mi sentii chiamare senza sapere la motivazione o cosa dovessi dire. In più ho avuto la fortuna/sfortuna, di essere l’unico studente AFS in Aalesund, la mia città. Fortuna perché così facendo, DEVI imparare il prima possibile la lingua, perché non hai altri ragazzi disposti a parlare 24h su 24h inglese, e anche perché tutte le attenzioni vanno su di te. Sfortuna, perché essendo sola, non hai altri ragazzi che possono capire le tue preoccupazioni e le tue paure. Nonostante questo, penso sia una cosa più positiva che negativa. Tornando al mio giorno di scuola: una volta finito il momento nell’auditorium, ci siamo recati in un’aula, con tutti i ragazzi che poi capirò sarà la mia classe per il prossimo anno. La coordinatrice di classe chiede a tutti di parlare di ciò che hanno fatto durante l’estate. Tutti i ragazzi sono stati gentilissimi perché parlavano in inglese per farmi capire, senza che nessuno glielo avesse imposto. Arrivato il mio turno, ero paonazza in viso e tremavo (mi dissero), iniziai a descrivere la mia estate, ma alla fine (non so come), ma arrivai a parlare delle piccole differenze che avevo già capito esserci tra i due paesi: l’amato e l’attuale. Era la prima volta che parlavo di fronte a tutta la classe e mi sentivo a mio agio, ma al centro dell’attenzione (cosa che non mi piace più di tanto). Appena finita quella lezione, sono tornata a casa grazie a mia sorella che come ogni giorno mi ha accompagnato con la sua macchina. Lei è nella mia stessa scuola, ma essendo un anno più grande, è in un’altra classe.

L’ambiente in cui mi sono sempre sentita a mio agio è la scuola. Non sono mai stata una “sfigata” nella mia vita, sono sempre stata una ragazza che in un modo o nell’altro si fa conoscere, riconoscere e notare. Questa cosa ha segnato un po’ il mio percorso. All’inizio mi è stato un po’ difficile essere invisibile agli occhi degli altri studenti norvegesi. Allo stesso tempo mi piaceva come sensazione, non avendola mai provata. Mi piaceva girare da sola per i corridoi con i libri tra le braccia e sentirmi disorientata. Questa mia emozione, fa parte dell’uscire dalla nostra “confort zone” che ci siamo costruiti in ben 16 anni. Credo che due parole che mi fanno pensare alla “confort zone”, sono: abitudini e persone. Solitamente non si necessita di molto altro, per me queste due, sono “cose” grazie al quale mi sento sempre a “casa”.Ora, anche qui in Norvegia mi sento a “casa mia”, perché oltre che ad ambientarmi, sono riuscita a circondarmi di nuove e fantastiche persone e a considerare ciò che prima chiamavo “nuove abitudini”, semplicemente “normalità”!Durante lo scorso campo di formazione regionale con AFS, io con altri ragazzi stavamo riflettendo su quanto noi studenti siamo persone coraggiose, pronte a mettersi in gioco e soprattutto persone speciali. Non voglio che voi, persone che leggete questo mio testo mi fraintendiate, non sono una ragazza egocentrica o che crede di essere chissà chi. Siamo giunti a quella conclusione proprio perché ci siamo resi conto che non sono molti i ragazzi under 18, che decidono di confrontarsi con realtà molto diverse dalla loro. Una sfida che non tutti sono in grado di cogliere. Se mi riguardo alle spalle, vedo solo una ragazzina di 12 anni con un piccolo grande sogno. Dopo 5 anni quel sogno si è realizzato e non solo, ora fa parte della mia vita, della mia realtà e della mia quotidianità. Alle volte neanche ci faccio più caso, lo do per scontato. La cosa che più adoro è che ogni giorno succede o mi capita qualcosa di nuovo e qualcosa che mi fa felice.

La storia di Claudia in Norvegia

Ovviamente non è sempre stato rose e fiori.
Ricordo anzi un periodo (2 settimane all’incirca), in cui mi sentivo un vegetale. Durante il primo mese di scuola, dopo la prima settimana in cui tutti sembravano seriamente interessati nel conoscermi, la “magia” sembrava svanita: tutti sembravano già essersi dimenticati di me. Allora avevo concentrato tutte le mie energie sulla famiglia, ed è forse grazie a questo che ci siamo legati subito e molto. A scuola mi sembrava di essere invisibile, sempre seduta da sola con auricolari e musica nelle orecchie. Questo forse non dava una buona impressione di me. Non so perché questo mi successe; ricordo che una mattina non aprii per niente la bocca durante tutta la mattinata e sentivo la bocca completamente secca. Non ho mai pensato di voler tornare in Italia, ma sempre e soltanto di superare velocemente la giornata scolastica per arrivare a casa (in Norvegia).
Poi tutto si è ribaltato quando sono tornata dal primo campo di formazione con AFS… mi sentivo rinata, sempre senza conoscerne la motivazione, ma ora che è passato un po’ di tempo, magari posso darne una: dopo il campo, molti ragazzi AFS, mi hanno riempito di complimenti sulla mia personalità e modo di fare. Forse ho avuto una consapevolezza maggiore nella mia persona e avevo iniziato ad avere una “voglia di riscatto”. Io sono meglio di quel vegetale! Dovevo darmi da fare e conquistare tutti, perché si… io sono così: voglio sempre piacere agli altri e ci potrei rimanere male se non fosse così. Ed è stato questo il mio “punto di ripartenza”.
Un altro momento davvero molto difficile è stato il Natale: per me la famiglia è il dono più importante che io abbia mai ricevuto nella mia vita, in particolare mio fratello. Di solito quando sono in Italia, aspetto con ansia il Natale, la Pasqua e la metà dell’estate, non tanto per la mia fede religiosa, ma più perché lo associo al ritorno di mio fratello a casa; lui vive a Torino, da 5 anni ormai, studente al Politecnico, nel ramo dell’ingegneria ambientale. I miei genitori sono fieri di lui e lo sono anche io. Questo Natale mi sentivo persa… avevo solo la voglia di vederlo arrivare. Il Natale per me vuol dire famiglia e la mia famiglia non era lì; vedevo tutti tornare a casa o visitare, scambiarsi regali e io invece aspettavo solo il momento di trovare mio fratello online su Whatsapp per fare una videochiamata veloce. Anche in questo periodo, come sempre, mia sorella Marie mi è stata sempre vicina. Marie è mia sorella norvegese, ma di questo parlerò in un secondo momento. Fortunatamente, questi sono state le uniche due volte tragiche, in cui vedevo tutto grigio.
Un altro momento di pura tristezza è stato dopo il Festival di San Remo, quando mia mamma italiana mi mandò un video con tutte le nostre foto e la canzone di Fiorella Mannoia (“Che sia benedetta”). In quel momento ho capito che nessuno potrà mai prendere il suo posto; non ho mai chiamato i miei genitori ospitanti “mamma e pappa”. Mia madre è una donna che nella sua vita ne ha passate tante, ma nonostante questo, non è una donna forte. Molte volte credo di essere io la più forte tra le due, ed è per questo che sono pronta a darle forza, così come lei ha fatto con me per tutto questo tempo.

La Norvegia è l’Italia che vorrei: questa frase la dissi all’inizio a mio padre italiano per descrivere il Paese; andando avanti nel tempo, mi sto rendendo conto di quanto fosse vera. Forse avevo già capito tutto dall’inizio. Quando nomino i due Paesi (Norvegia e Italia), non mi intendo letteralmente i territori. Forse sarebbe giusto correggere con:”I norvegesi sono gli italiani che vorrei”. La Norvegia, oltre ad essere stato nominato Paese più felice del Globo (2016), è anche uno dei paesi più ricchi e dove il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 4,5% (contrariamente, in Italia abbiamo il 51,2%). Credo che la motivazione per tutto ciò sia dovuta al fatto che si vada avanti con un’idea: se ci sono delle regole è perché bisogna rispettarle; se tutti rispettano le regole che ci sono imposte (perché sì, ci sono imposte e bisogna seguirle, non raggirarle com’è nostro solito in Italia), il Paese funziona e anche per il meglio. Il governo è lì che lavora duramente e collabora con i cittadini, senza pensare solamente al proprio stipendio o a “gettare veleno” sulla carriera altrui. Il discorso mafia poi, è qualcosa di coi non vorrei discutere, è ciò che caratterizza e distrugge l’immagine del nostro Paese. Dovremmo esserne profondamente delusi, ma invece no… noi non ci diamo poi così tanto peso, perché la immaginiamo come parte di un’altra realtà, lontanissima dai nostri centri città.

In Italia faccio parte del gruppo scoutistico del mio paese. Ritengo che, grazie agli scout, ho acquisito molta responsabilità nei confronti degli altri prima di tutto, dell’ambiente e di me stessa. Arrivata in Norvegia, uno dei miei primi pensieri è stato quello di non abbandonare le mie attività preferite: dovevo assolutamente trovare al più presto un gruppo scout a cui potessi unirmi per quest’anno.

Nell’ultimo periodo avevo avuto anche molti dubbi sulla mia fede cristiana. Ho sempre seguito l’esempio di mia madre, persona molto credente e con una fede a dir poco ardente, e per questo ho sempre frequentato l’ambiente regolarmente, ma adesso sempre più dubbi mi assalgono e soprattutto un senso di menefreghismo. Qui, in Norvegia, ho aderito ad un coro: le mie migliori amiche sono sempre state parte e quindi hanno ben pensato che questo potesse aiutarmi. Al giorno d’oggi, mentre cantiamo tutti insieme mi viene sempre la pelle d’oca; penso di aver fatto un passo in avanti, anche se il mio “menefreghismo”, non sembra andare via, ma cercherò un rimedio solo quando tornerò in Italia.
Ho giocato a pallavolo per 11 anni; mi ritengo una brava giocatrice, ovviamente si può sempre migliorare, ma, innanzitutto, penso di essere una ragazza che riesce a portare armonia e grinta in campo. Anche qui in Norvegia ho deciso di riprendere a giocare, perché si… due anni fa mi ruppi il ginocchio e un legamento (collaterale). Penso che questa è stata una delle decisioni che più mi fanno stare bene. Mia sorella Marie è il capitano della nostra squadra e mio padre ospitante si occupa dell’aspetto economico della società sportiva. Inutile dire quindi, quanto questo team e quanto lo sport sia importante per la nostra famiglia. Nonostante questo, non ho mai avuto l’appoggio della mia famiglia italiana, perché preoccupati dalla mia salute fisica. Comunque, come un po’ sempre succede, ho fatto e preso decisioni, tutto di testa mia ed è per questo che non credo avrò molti scrupoli nella mia vita.

Grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di conoscere tante persone stupende, ma i miei “maestri di vita” sono 3. Ho conosciuto due persone nella mia famiglia e un’amica che mi hanno fatto cambiare la prospettiva con cui di solito affronto le mie giornate. Queste tre persone hanno qualcosa di cui io sono carente… I loro nomi sono: Arne Gerard Styve (papà ospitante), Marie Styve (sorella) e Lisa MalenForbegSaebo (amica). Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa, semplicemente essendo loro stessi. Vorrei attribuire un aggettivo per ciascuno di loro: Arne: disponibile; Marie: responsabile; Lisa: forte.
Per quanto riguarda questi aggettivi, sento che sono qualità di cui sono a corto: credo di essere abbastanza disponibile, responsabile, forte e generosa, ma quando mi confronto con loro, capisco che io non lo sono poi così tanto.

Arne, il mio papà ospitante, lui più di tutti riesce a mantenere sempre la calma e la serenità. Lavoratore e padre a tempo pieno ed è una cosa davvero apprezzabile dato che è un uomo super impegnato: lavoro, contabile della società della nostra squadra di pallavolo, gioca a pallavolo, suona nella banda del quartiere e ha anche un’altra band con altri appassionati della tromba come lui. In tutto ciò trova sempre il giusto tempo da dedicare a tutte le persone, senza far mai sentire la sua assenza. Per me lui è l’unico vero esempio di disponibilità che io abbia mai avuto. Mio padre italiano è davvero occupato con il suo lavoro, quindi non è mai a casa, o quando è con noi è perennemente stanco: non è affatto bravo a conciliare famiglia e lavoro.

Marie, ogni volta che la presento a qualcuno, lo faccio come: “Lei è mia sorella Marie”, omettendo “ospitante”. Lei è l’unica sorella che io abbia mai avuto e, per me lei lo è davvero! Le voglio un bene dell’anima e sono convinta che lei mi mancherà più di tutti. Lei è esattamente l’opposto di una ragazza italiana: tutti o, la maggior parte, dei ragazzi in Italia iniziano a fumare e a bere, prima del compimento dei diciotto anni. Lei no. Marie ha voluto aspettare sino ai diciotto anni perché non voleva infrangere le regole; stessa cosa vale per la guida: mai superare la velocità prevista e usare sempre la cintura. È stata un studentessa AFS in America l’anno scorso, quindi è l’unica che riesce a capire le mie mille emozioni discordanti, proprio perché lei le ha provate prima di me. Marie è anche molto dolce e sempre pronta a consigliarmi. Ama le cioccolate, ma in generale tutto ciò che contiene zuccheri, quindi quasi ogni giorno andiamo al supermercato vicino scuola e compriamo caramelle gommose e/o un gelato. Lei è il capitano nella squadra, quindi siamo molto legate, abbiamo complicità e sappiamo “collaborare” grazie, in primis, alla pallavolo.

Lisa è la mia metà. Una persona che mi completa al 100%. Sono strafelice che siamo amiche strette. Penso che sia una persona forte perché non ha mai perso il suo sorriso nonostante molte disgrazie le siano accadute. Molto spesso non ci rendiamo conto che ci abbattiamo per cose futili, ma dovremmo iniziare ad essere un po’ più positivi e imparare a cogliere il senso bello della vita: trovare sempre un motivo per sorridere ogni giorno; un viso, una faccia stupida, una risposta fuori luogo, tutte le piccole cose possono dare una svolta del tutto positiva alla nostra giornata. Questo è ciò che Lisa mi ha insegnato.

Claudia

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