Un'importante esperienza di formazione

Franco Bernabé

Cavaliere del Lavoro, Dirigente d'Azienda,con Intercultura nel 1966/67

Dominare l’ansia e gestire la solitudine: la testimonianza di Franco Bernabè

Franco Bernabè, cavaliere del Lavoro, è stato borsista di Intercultura in USA nel 1966-67. Ha rilasciato a Intercultura questa intervista dopo una cerimonia di consegna di un centinaio di borse di studio Telecom/Intercultura a Roma quando era Presidente di Telecom Italia e Presidente di Fondazione Telecom Italia.

A distanza di 40 anni quali sono i ricordi più vivi del suo anno all’estero?

I ricordi più vivi sono quelli legati al viaggio, che è stato un viaggio molto avventuroso, perché è stato prima in nave dall’Europa a New York e poi in pullman attraverso gli USA: più di una decina di giorni passati assieme a tanti ragazzi a fare quello che fanno tutti i ragazzi che hanno 16/17 anni. Ma in realtà quello che mi è rimasto dentro per tutti questi anni è stato il rapporto con la famiglia che mi ha ospitato in America: è stato un rapporto che mi ha costretto a un’esperienza completamente diversa, perché - come per tutti i ragazzi di 16 anni che vengono da una famiglia alla quale sono molto legati - il fatto di passare ad una famiglia completamente diversa comporta un cambiamento di stato d’animo e soprattutto una capacità di adattamento formidabile. L’adattamento, il cambiamento di famiglia, il rapporto, l’esperienza, l’apprendimento che ho avuto nella nuova famiglia è stato per me veramente un cambiamento della vita. Io dalla nuova famiglia ho imparato non solo a intrattenere un rapporto diverso con delle persone con cui convivevo quotidianamente, ma ho imparato tantissimo anche per l’intensità del rapporto intellettuale. La famiglia nella quale stavo era una famiglia che aveva anche profonde radici culturali e mi ha insegnato tantissimo. Mi ha insegnato a conoscere gli USA dove io sono andato, mi ha insegnato a conoscere la cultura americana, mi ha insegnato a conoscere qualcosa che in Europa veniva rappresentato in modo completamente diverso, perché la cultura americana in Europa era la cultura dei mezzi di comunicazione di massa, la cultura del cinema, era una cultura insomma un po’stereotipata e fatta anche di luoghi comuni. Ecco: la possibilità di stare con quella famiglia mi ha fatto capire in profondità le radici della cultura americana, le radici di una cultura liberale, aperta al mondo, tollerante, multietnica. Questo tipo di comprensione per me è stato fondamentale nella vita.

Le sue motivazioni a partire quali erano state?

Sostanzialmente quello che mi ha spinto era la curiosità. Io allora stavo a Torino e facevo il liceo classico, era un liceo anche molto paludato, un liceo molto formale. Prima di trasferirsi a Torino la mia famiglia stava in Austria, quindi il mondo un po’ lo conoscevo già e devo dire che Torino in quegli anni mi stava abbastanza stretta, però nello stesso tempo avevo un eccellente rapporto con la mia famiglia quindi un po’ mi dispiaceva lasciarla.

Stavo benissimo a scuola, dove però non ero stato molto incoraggiato, perché mi avevano detto chiaramente che quando fossi tornato certamente avrei perso l’anno, quindi mi si poneva anche un problema psicologico importante perché perdere un anno era considerato abbastanza disdicevole e ritardava l’ingresso nel mondo del lavoro. Quindi il fatto che la scuola tutto sommato non fosse molto entusiasta del fatto che io abbandonassi per un anno mi aveva oggettivamente posto qualche problema, però non tanti problemi da non decidermi di prendere ugualmente l’iniziativa di partecipare alla borsa di studio, anzi devo dire che per partecipare io mi ero impegnato in una serie di cose, soprattutto nello studio dell’inglese, che mi aveva preso abbastanza tempo. Io in realtà l’inglese lo sapevo poco quando son partito e contavo sul fatto che sapendo altre lingue (sapevo il francese perché lo avevo studiato a scuola, sapevo il tedesco perché avevo vissuto in Austria) sarei arrivato in America e avrei rapidamente appreso quello che mi mancava in termini di lingua. In realtà l’esperienza è stata più dura e devo dire che il fatto di essere andato non avendo fatto pienamente il mio dovere in termini di approfondimento e di studio un po’ mi è costata. Però l’idea di conoscere nuovi paesi, di fare nuove esperienze, di avere una nuova possibilità di fare degli amici, di imparare qualcosa di nuovo, per me era la motivazione fondamentale.

Che cosa ha significato per la sua futura carriera quest’esperienza e quali sono le cose più importanti che ha imparato oltre a quelle che ha già detto?

Per me questa è stata un’esperienza fondamentale, non tanto per quello che ho imparato, anche se ovviamente il fatto di aver imparato bene l’inglese, aver fatto qualche corso che in Italia non avrei mai fatto (per esempio nel 66/67 ho fatto un corso di computer quando in Italia di computer probabilmente non si parlava) è stata un’esperienza formativa importante. Però quello che è stato per me fondamentale è stato l’arricchimento che ho avuto in termini di carattere, direi essenzialmente la cosa che ho imparato allora è stato di dominare l’ansia e di gestire la solitudine, che è una situazione nella quale poi uno si trova nei momenti più cruciali della sua vita, cioè i momenti più difficili: gli snodi della vita più importanti sono snodi nei quali uno rimane solo. Ci sono tante circostanze nella vita e soprattutto le più difficili e le più delicate nelle quali uno è solo. L’aver imparato a dominare l’ansia e a gestire la solitudine e a decidere nei momenti di solitudine è stata forse la cosa più importante che io ho capito. Perché la solitudine? Perché certamente entrare in un Paese nuovo, in una famiglia nuova, con delle persone nuove, con degli amici anche nuovi ti dà un senso di vuoto all’inizio, che poi viene progressivamente riempito dall’esperienza che stai facendo, ma ti rendi conto che ci sono tantissime cose, tantissimi riferimenti con i quali ti devi confrontare ai quali non sei abituato e intorno non hai nessuno delle persone con cui ti sei frequentato, con cui hai avuto rapporti in precedenza e che ti possono dare una mano. Ecco in quel momento il fatto di poter da solo superare le difficoltà, vincere i proprio dubbi, resistere anche all’ansia, alle difficoltà psicologiche che hai è una cosa che ti resta, se l’hai fatto con successo, per tutta la vita.

Quali sono gli aspetti più significativi dell’esperienza per i giovani oggi?

Per i giovani oggi l’esperienza è significativa perché c’è una banalizzazione dell’internazionalità, cioè la gente è abituata a prendere l’aereo e trovarsi in 6/7/8 ore di viaggio dall’altra parte del mondo e pensare che in fondo quello che si è lasciato è uguale a quello che si trova: invece non è così. Non è così perché il modo di ragionare, il tipo di persone, l’humus culturale che le ha formate è completamente diverso da quello che si è lasciato. Allora normalmente la banalizzazione dei viaggi di oggi porta a ripetere e ricercare dall’altra parte del mondo le stesse cose, le stesse persone, le stesse esperienze che uno ha a casa propria. Invece un’esperienza di questo genere, una borsa di studio che ti costringe a stare in un’altra famiglia, a vivere completamente staccato dai tuoi amici tradizionali, ti fa capire che il mondo è molto diverso e ti costringe a uniformarti a quest’altro mondo, ti costringe a capirlo, perché se non lo capisci non riesci ad adattarti. Quindi direi che questa esperienza è forse la parte più importante della borsa di studio, al di là dell’esperienza scolastica, al di là anche dell’esperienza emotiva che uno fa con una famiglia diversa. Ecco quello che è profondamente diverso è l’esperienza culturale: cioè uno capisce che il mondo è fatto di persone che sono uguali quanto a sentimenti ed emozioni, ma che sono molto diverse quanto a cultura, quanto a riferimenti per le cose che pensano, per le cose che fanno, e quindi c’è la necessità di uno sforzo di adattamento, c’è la necessità di uno sforzo profondo di immedesimazione nel mondo di queste altre persone, perché questo è l’unico modo per capirle veramente.

Può descrivere l’iniziativa delle borse di studio che da anni Telecom Italia porta avanti?

Telecom Italia porta avanti questa iniziativa in collaborazione con Intercultura oramai dal 2002/2003 e attraverso questa esperienza sono passate molte centinaia di giovani, figli di persone che lavorano in Telecom Italia. È un’esperienza che è stata molto positiva per le famiglie ed è molto apprezzata. Oggi abbiamo una crescita della domanda per partecipare a questa opportunità e infatti anno dopo anno facciamo un grande sforzo per allargare il numero di persone che possono parteciparvi. Naturalmente il fatto che questo avvenga in un contesto competitivo, che i ragazzi debbano essere i migliori, crea un clima estremamente positivo. Devo dire da questo punto di vista che i nostri ragazzi sono particolarmente apprezzati all’estero: i ritorni che noi abbiamo dei figli delle persone che lavorano in Telecom Italia sono estremamente positivi in termini di esperienza e di rapporti che riescono ad instaurare. Un aspetto che dal punto di vista dell’azienda è importante è che i rapporti che si consolidano fra i giovani determinano e creano rapporti anche all’interno delle famiglie. I giovani maturano delle amicizie, si vedono, si tengono in contatto, tra l’altro usano i social media per tenersi in contatto. Oggi questo crea legami anche all’interno delle famiglie e un senso di appartenenza e di comunità che è molto importante. Io credo che le aziende non siano fatte di individui singoli e isolati, le aziende sono delle comunità di persone che devono condividere delle aspirazioni, che devono condividere una visione del mondo, che devono condividere un sistema di valori comune, e questo è quello che danno le borse di studio nel rapporto che creano all’interno dei ragazzi, fra i ragazzi e all’interno delle famiglie.

Perché Telecom investe in borse di studio proprio per ragazzi in età da liceo?

Perché credo che noi abbiamo una responsabilità nei confronti del Paese, non solo nei confronti di quelli che lavorano in Telecom Italia. I ragazzi sono il futuro di questo Paese, sono coloro che saranno la classe dirigente dei prossimi decenni e quindi la società ha il dovere di investire sui nostri ragazzi al di là di quello che fa la scuola, al di là di quello che fanno le altre istituzioni sociali. Ma anche l’azienda ha il dovere di contribuire a formare per quanto possibile le classi dirigenti future in questo modo, selezionando, promuovendo, incentivando i giovani che se lo meritano. Oltre all’iniziativa delle borse di studio per i figli dei lavoratori di Telecom Italia mi piace ricordare anche la partecipazione di Fondazione Telecom Italia all’Osservatorio Intercultura, strumento essenziale per comprendere le dinamiche della scuola italiana in favore di una cultura più internazionale per i propri studenti.

Un’esperienza come quella di Intercultura nel curriculum di un giovane può avere una valenza competitiva?

Io direi che è importante avere nel curriculum di un giovane un’esperienza di questo genere, non solo perché indica che è un giovane che ha curiosità, che ha voglia di fare esperienze , che ha voglia di provare a mettersi in discussione, soprattutto ha voglia di vincere un’esperienza così emotivamente impegnativa come è quella di un anno all’estero. Ma quello che fa soprattutto un’esperienza di questo genere nel curriculum di un giovane è la formazione caratteriale. Un giovane con un’esperienza di questo genere rafforza il suo carattere e matura, i giovani che escono da un anno all’estero sono non più dei giovani, entrano adolescenti ed escono adulti, nonostante sia passato un solo anno. Ecco questo è l’aspetto più importante e formativo di tutta l’esperienza.

Leggi anche l'articolo a lui dedicato sul Corriere della Sera del 6 aprile 2011

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