Logo Intercultura

Paura dell'ignoto e coraggio di desiderare

La crescita nell'epoca dell'incertezza dal punto di vista di una psicologa, specializzata in età evolutiva

Tante volte  sia nel mio lavoro, sia nella quotidianità con i miei figli, mi ritrovo a pensare quanto siano complessi e complicati i ragazzi che oggi hanno tra i 13 e i 23 anni, ma anche quanto abbiano “vita dura” su tutti I fronti rispetto ad altre generazioni e mi ritrovo spesso a osservare una delle fatiche più profonde di questa fase della vita: stare nell’incertezza.

Adolescenti e genitori: un equilibrio tra fiducia e protezione

L’adolescenza è per sua natura un tempo di trasformazione. È un’età in cui si ha il diritto di sentirsi confusi, fragili, impauriti; un tempo nel quale, ciascuno con i propri ritmi, cerca di capire chi è, cosa desidera e quale posto vuole occupare nel mondo.

Eppure non è sempre facile permettere ai ragazzi di prendersi questo tempo senza colpa, giudizio, ansie e paure. A volte siamo proprio noi adulti, spinti dal desiderio di proteggerli, dal volerli vedere perfetti (come se non bastasse già il mito della perfezione che arriva da ogni fronte) a cercare di anticipare le difficoltà, trovare velocemente soluzioni, indicare la strada migliore.

Ma crescere significa anche imparare progressivamente a stare in ciò che ancora non si conosce e i ragazzi possono farlo se vedono e sentono che mamma e papà credono in loro, si fidano di loro. 

Quando l’incertezza diventa troppo difficile da tollerare, il rischio è quello di restringere il proprio mondo: scegliere soltanto ciò che si conosce già, evitare quello che non si può prevedere, rinunciare prima ancora di provare e smettere di desiderare, sognare, appassionarsi.

È comprensibile: evitare ciò che spaventa protegge nell’immediato. Ma è difficile imparare a governare l’imprevisto se non si ha mai la possibilità di incontrarlo.

Per questo considero particolarmente preziose quelle esperienze che permettono ai ragazzi di confrontarsi con qualcosa di realmente nuovo, senza però sentirsi soli.

Gabriele Bergamo Y Psc N H19 Chi   Cile   Studente   Paesaggio   Figura Intera   Pag Programma   Verticale (4)

Desiderare e paura: una dicotomia che aiuta a crescere

Vivere per un periodo in un altro Paese è una di queste esperienze.

Chi parte a sedici o diciassette anni lascia molti dei propri punti di riferimento. Troverà una nuova famiglia, una scuola diversa, persone che ancora non conosce, abitudini che possono sembrare strane, una lingua che magari conosce ma non padroneggia ancora pienamente.

Non può sapere esattamente come andrà.

Ed è proprio qui che può nascere una parte importante della crescita: scoprire, giorno dopo giorno, che si può stare anche nel “non sapere”. Che non occorre avere in mano fin dall'inizio una mappa completa per riuscire a trovare la propria strada.

C’è però un elemento fondamentale perché un’esperienza così impegnativa possa diventare davvero significativa: il desiderio del ragazzo di viverla.

Non significa partire senza paura o essere sicuri al cento per cento. Al contrario, desiderio e paura possono convivere.

Un ragazzo può essere entusiasta un giorno e chiedersi quello successivo perché abbia deciso di partire. Può sentirsi pronto e, poco dopo, avere voglia di rimanere a casa. Questa ambivalenza fa parte dell’esperienza.

Ciò che conta è che, sotto le paure e i dubbi, esista un desiderio personale di mettersi alla prova, conoscere, scoprire qualcosa di nuovo e scoprire qualcosa di sé.

Prima ancora della destinazione, della scuola o degli aspetti organizzativi, forse una delle domande più importanti che possiamo fare a un figlio è quindi: “Tu lo desideri davvero?”

E poi riuscire ad ascoltare la risposta, comprese le sue contraddizioni.

Qui comincia forse la parte più difficile per noi genitori: i ragazzi hanno bisogno di prendere progressivamente il largo, ma per poterlo fare hanno bisogno di sapere che esiste un porto sicuro al quale poter tornare.

Quel porto siamo soprattutto noi genitori.

Rachele Lancia Y Psc Nh 2018 Eil   Irlanda   Studentesa   Paesaggio   Spalle   Mare   Pag Paese   Orizzontale

Il ruolo dei genitori: dare strumenti, lasciare spazio, esserci

Essere un porto sicuro, però, non significa impedire loro di incontrare le onde. Non significa intervenire ogni volta che qualcosa non va come avevano immaginato.

Significa continuare a guardarli con uno sguardo affettuoso, orgoglioso e fiducioso anche quando sono lontani, quando fanno fatica, quando sbagliano o quando ci telefonano sentendosi improvvisamente piccoli e spaesati.

Significa riuscire, per quanto possibile, a fare un passo indietro.

Accettare che possano affrontare una difficoltà in modo diverso da come l'affronteremmo noi. Che possano sbagliare. Che possano avere paura. Che qualche volta si sentano persi.

Gli strumenti emotivi, affettivi e pratici per affrontare il mondo abbiamo iniziato a costruirli con loro molti anni prima, quando erano bambini e guardavano a noi per capire come funzionavano le cose.

A un certo punto arriva il momento di permettere loro di utilizzare quegli strumenti da soli e quando qualcosa diventa difficile, cercare di essere il genitore che non dice “te l’avevo detto”, ma che riesce a trasmettere: “Io ci sono. E credo che tu possa farcela”. Lasciarli fare a modo loro, senza temere di trovare uno sguardo contrariato, deluso, spaventato.

Attraverso tutto ciò potranno alimentare il loro coraggio, la loro forza di stare in quell'incertezza, instabilità, fragilità della loro età senza pericolo, sperimentandosi, sbagliando, proponendosi al mondo nel tentativo di sentirsi e diventare grandi.

Qualsiasi esperienza decidano da soli di fare prevederà una rete di adulti, che accompagna il ragazzo proprio mentre impara progressivamente a contare sulle proprie risorse. Nell'esperienza di intercultura ci sono famiglie ospitanti, tutor, volontari.

È, in questo senso, un’incertezza accompagnata: non un salto nel vuoto.

Ed è proprio attraversando tutto questo che può accadere qualcosa di prezioso. Non acquisire la certezza che tutto andrà sempre bene. Non imparare a non sbagliare.

Ma costruire, poco alla volta, qualcosa di molto più utile: la fiducia di poter affrontare anche ciò che ancora non conosce.

Forse diventare grandi significa anche questo.

Prendere il largo sapendo che non conosceremo sempre la rotta, ma scoprendo di avere dentro di noi risorse sufficienti per cercarla.

Per i ragazzi che partono è “tanta roba”.

E, a ben vedere, lo è anche per noi genitori che impariamo a guardarli partire, con entusiasmo, desiderio e con il coraggio di stare “nell'esperienza”.

Chiara Panseri
Psicologa, specializzata in età evolutiva; mamma di Alice di 20 anni, che ha vissuto sei mesi all’estero e di Andrea di 16 anni.