Oltre le mete tradizionali
Per guardare il mondo con occhi nuovi.
Durante l'estate del 2001 attendevo con ansia il mese di settembre per poter partecipare alle selezioni di Intercultura, che mi avrebbero permesso di trascorrere un anno all'estero. Dalla mia scuola partimmo in tre: allora l'anno all'estero era ancora una scelta insolita, non comune. Le destinazioni disponibili erano poche e ben definite: gli iconici Stati Uniti, il Canada e alcuni Paesi europei e sudamericani.
Oggi, venticinque anni dopo, sono molti di più gli studenti che sognano di vivere un'esperienza lontano da casa, non solo di studio. Le destinazioni tra cui scegliere si sono moltiplicate e coprono ormai tutti e cinque i continenti. Secondo il progetto educativo di Intercultura, un'esperienza internazionale vissuta durante l'adolescenza non è fine a sé stessa: il suo valore risiede nel confronto con realtà sociali, culturali e storiche diverse da quelle che immaginiamo di conoscere, nella possibilità di ampliare il proprio orizzonte culturale e umano e di sviluppare nuove chiavi di lettura del mondo.
Ma cosa significa oggi, in un contesto globalizzato e sempre più interconnesso, scegliere un’esperienza in un Paese “diverso”? Quale valore formativo aggiunge la scelta di una destinazione meno convenzionale rispetto a quella di un Paese considerato "classico"?
Quando partii io, gli Stati Uniti rappresentavano per molti il simbolo dell'altrove. Erano il Paese dei film, della musica, delle serie televisive, dei campus scolastici che vedevamo sullo schermo e che sembravano così lontani dalla realtà italiana. Oggi gran parte di quella cultura è entrata nella nostra quotidianità: influenza il nostro modo di comunicare, di consumare, di festeggiare alcune ricorrenze e perfino di immaginare il futuro. Questo non significa che gli Stati Uniti abbiano perso il loro fascino, ma che quella diversità ci appare, per certi aspetti, più familiare di quanto fosse venticinque anni fa.
Anche in Italia, ad esempio, Halloween è ormai una ricorrenza diffusa e il Black Friday un appuntamento atteso da molti. Ma quanti conoscono il Diwali indiano, il Songkran thailandese o l'Heritage Day sudafricano? Quanti hanno avuto l'opportunità di comprendere dall'interno il significato che queste celebrazioni assumono per le comunità che le vivono?

Un'esperienza all'estero non significa soltanto imparare una lingua
Il suo valore educativo e la sua capacità di stimolare la crescita personale aumentano quando ci si confronta con contesti culturalmente più distanti dai propri riferimenti abituali. La formazione riguarda la capacità di adattarsi, di osservare senza giudicare, di sviluppare empatia e di comprendere modi diversi di vivere la famiglia, la scuola e la comunità.
C'è poi un aspetto più sottile, ma altrettanto importante. Dopo aver vissuto e aver creato relazioni con persone di un determinato Paese, quel luogo smette di essere solo una parola, o un’area circoscritta su una cartina geografica, o una notizia letta distrattamente sui giornali. Diventa un insieme di volti, relazioni e ricordi. Quando sento parlare delle Filippine, della Thailandia o del Sudafrica, non penso più a realtà astratte e lontane, ma a persone che ho incontrato, a famiglie che mi hanno accolto, a compagni di scuola con cui ho condiviso un pezzo di strada. Il mondo, in un certo senso, diventa più umano, più vicino, più familiare. E quando una realtà ha un volto, cercare di comprenderla e interessarsene diventa molto più naturale.
Come scrive la filosofa Martha Nussbaum, educarsi significa anche imparare a "immaginare la vita dal punto di vista di qualcuno diverso da noi": una competenza che nessun libro può insegnare fino in fondo e che prende forma attraverso l'incontro diretto con l'altro.
Ampliare il ventaglio delle destinazioni significa così ampliare anche le opportunità di crescita. Scegliere un’esperienza in un Paese meno conosciuto e meno convenzionale offre straordinarie occasioni di scoperta, confronto e apprendimento, permettendo di arricchire il proprio bagaglio di competenze e di acquisire prospettive inedite. Ogni cultura, ogni sistema educativo e ogni contesto sociale contribuiscono infatti a sviluppare una comprensione più ampia e consapevole del mondo, una capacità sempre più importante nelle società contemporanee, segnate dalla diversità e dall'interconnessione globale.






Il mondo è entrato nelle nostre case
Qualcuno potrebbe però osservare che, se è vero che scegliere Paesi meno convenzionali può offrire esperienze più intense di scoperta e confronto, oggi la diversità non si trova soltanto oltre i confini nazionali. In effetti, negli ultimi decenni il mondo è profondamente cambiato. Le nostre città, le nostre scuole e i nostri luoghi di lavoro sono diventati sempre più eterogenei e attraversati da culture, lingue e tradizioni differenti. In altre parole, se un tempo il "mondo diverso" era percepito come qualcosa di lontano da raggiungere attraverso un viaggio, oggi quel mondo è già parte della nostra realtà quotidiana.
Per una parte crescente degli adolescenti italiani, l'incontro con la diversità non avviene attraversando un oceano. Avviene ogni giorno, in famiglia, a scuola, nelle amicizie e nei quartieri in cui vivono. I giovani con background migratorio incarnano questa realtà: spesso abitano contemporaneamente più mondi culturali e dimostrano come l'educazione interculturale non sia una dimensione soltanto del viaggio, ma una competenza che si pratica e si costruisce nella vita di tutti i giorni nei luoghi che abitiamo.
Per uno studente cresciuto tra culture diverse, partire per un anno all'estero può assumere un significato ulteriore. Un ragazzo di origine peruviana, nato e cresciuto in Italia che trascorre un anno scolastico in Thailandia, ad esempio, non scopre soltanto una nuova società: sperimenta il confronto tra più appartenenze, comprende meglio la propria identità e sviluppa la capacità di muoversi tra mondi differenti. In questi casi l'esperienza internazionale non aggiunge semplicemente una nuova cultura, ma rafforza una competenza interculturale già presente e spesso poco riconosciuta.
Eppure, proprio perché il mondo è entrato nelle nostre case, non possiamo dare per scontato di aver imparato a comprenderlo. È vero che oggi la diversità è presente nelle nostre città, nelle nostre scuole e nei nostri luoghi di lavoro, ma vivere per alcuni mesi o un anno in un contesto per noi nuovo, offre qualcosa di unico. Significa trovarsi nella posizione di chi deve capire regole non scritte, adattarsi a consuetudini diverse, imparare nuovi codici culturali e accettare di non avere sempre i riferimenti giusti per interpretare ciò che accade.
È un'esperienza che ci mette alla prova e ci costringe a uscire dai nostri schemi abituali, imparando ad ascoltare, osservare e rimettere in discussione ciò che davamo per scontato, e che difficilmente può essere replicata restando nel proprio contesto abituale.
Come ricordava il sociologo Zygmunt Bauman, viviamo in una società in cui siamo sempre più interdipendenti: ciò che accade in una parte del mondo influenza inevitabilmente la vita di chi vive altrove. Proprio per questo l'esperienza all'estero diventa uno strumento prezioso anche per la vita al ritorno. Confrontarsi con una cultura diversa dalla propria aiuta infatti a sviluppare gli strumenti per leggere, comprendere e accogliere meglio le diversità che incontriamo ogni giorno. In altre parole, si parte per conoscere un altro Paese, ma spesso si torna con una maggiore capacità di comprendere la società in cui si vive.
Un anno all'estero non serve soltanto a conoscere un altro Paese. Aiuta a imparare a leggere la diversità ovunque la incontriamo, anche una volta tornati a casa. Scegliere destinazioni non convenzionali non è importante solo per conoscere il mondo, ma anche per imparare a riconoscere e valorizzare la pluralità che caratterizza ormai le nostre società.
In un'epoca in cui la diversità attraversa già le nostre città e le nostre scuole, la vera sfida non è andare lontano, ma imparare a guardare il mondo con occhi nuovi. Per questo una destinazione meno scontata può diventare molto più di un viaggio: un esercizio di apertura, curiosità e cittadinanza globale che continua ben oltre il ritorno a casa.
Cecilia Lindenberg
Esperta di migrazioni e volontaria di Intercultura