Chocolatine o pain au chocolat?

Elisabetta

Da Viterbo in Francia per un anno

Ciò che mi ha più marcato durante i dieci mesi che ho passato in Francia grazie a Intercultura sono le piccole cose. Sono quelle che mi hanno cambiato più profondamente. Che hanno fatto sì che non sarò mai più la stessa.
Cambiare è inevitabile se ti ritrovi da un giorno all'altro in un paese dove non conosci nessuno, di cui non conosci bene né la lingua, né la cultura. Sei come un pesce gettato in un mare che non conosce, e devi imparare a nuotarci.

Molti potrebbero pensare che in fondo la cultura francese non è poi così distante da quella italiana, e in effetti, se confrontata a quella thailandese, o russa, o svedese, forse non è così diversa.

Esistono però delle piccole diversità, delle tradizioni, delle abitudini, dei modi di dire e di vivere, che nessuno dei nostri cliché sui francesi (e ne abbiamo tanti) comprende.

Ne ho avuto il primo esempio con "l'affaire" delle chocolatines. Le chocolatines sono come delle brioche al cioccolato, deliziose e tipiche della Francia. Un giorno, mentre ne stavo mangiando una in classe durante la pausa, il professore mi domanda se ho imparato a dire /chocolatine/ o /pain au chocolat/. Non conoscendo il secondo termine rispondo chocolatine, e si scatena improvvisamente un enorme macello tra gente che mi urla "Bravo! C'est bien!" e altri che fanno "Mais non, c'est pain au chocolat!". Apprendo allora del conflitto civile, che dura da anni, tra francesi del sud e francesi del nord. Mi spiegano che se vai in una panetteria a Parigi e chiedi una chocolatine, se sei fortunato non ti capiscono, se sei sfortunato ti rispondono male. Essendo io in una cittadina del centro-sud avevo sempre sentito parlare praticamente solo di chocolatine, ma nella mia classe alcuni si erano trasferiti dal nord e difendevano con le unghie e i denti il pain au chocolat.
È una piccola idiozia, visto che alla fine si tratta di mangiare la stessa cosa, ma conoscere questo schieramento di fazioni, a cui veramente tutti i francesi partecipano con fervore, mi aveva fatto cominciare a sentire davvero parte della cultura del paese.
Durante il mio anno all'estero ho iniziato a fare un sacco di cose a cui prima non mi ero mai interessata: ho imparato a cucinare alcuni piatti, come ad esempio i profiteroles, quando in Italia sapevo fare giusto la frittata e la pasta, ho sciato per la prima volta in vita mia, ho cominciato a mangiare bio e mi sono resa conto che non è così male. E in effetti, una cosa che mi ha cambiato è stata proprio l'importanza che i francesi danno al vivere e mangiare sano. Ricordo che una cosa che mi aveva stupito all'inizio era il fatto che durante ogni pubblicità di cibo e bevande, sulla televisione come su internet, in basso ci sia sempre un consiglio sulle buone abitudini alimentari. A scuola, lo sport è considerato molto più importante: all'inizio dell'anno si scelgono tre sport che si vuole fare e il voto si basa unicamente sul risultato delle tue capacità fisiche.

Un'altra cosa che mi ha colpito è che i ragazzi francesi si interessano molto alla politica, all'attualità, a questioni sociali importanti, più di quanto accada in Italia. Ognuno è pronto a esprimere le proprie idee e a difenderle.
Dipende forse dal funzionamento della scuola: essa non deve essere per forza una prigione creatrice di ansia da dove non si vede l'ora di andarsene, ma è vista come un luogo dove gli studenti sono felici di andare, una seconda casa dove passano la più parte della loro giornata (fino alle 5 del pomeriggio) e dove possono coltivare le loro passioni, che siano lo sport, il teatro o la musica.
E soprattutto, dove sono incoraggiati incessantemente a pensare, ad argomentare, a ragionare con la loro testa piuttosto che a imparare semplicemente la lezione a memoria. Non a caso hanno dalle 6 alle 8 ore di filosofia a settimana, in cui non si studiano tanto le vite dei filosofi quanto il loro pensiero, e il legame che esso può avere con la letteratura, la storia, l'arte, l'attualità.
A questo è legato ciò che mi piace di più della cultura francese: la loro franchezza. I francesi sono sempre pronti a dire la loro opinione, a dirti le cose in faccia anche se non sono positive. Non si tratta di cattiveria, ma di sincerità. C'è veramente un'abitudine al confronto aperto, allo scambio di idee, alla critica. Ma il punto è che non non si tratta mai di una critica a vuoto, detta alle spalle, ma di quella buona, volta a cambiare la situazione, a far reagire.

Infine, quest'anno sono divenuta cittadina del mondo. Può sembrare banale, forse, ma mi sono resa conto che al giorno d'oggi, con i mezzi che abbiamo, nessuno è davvero distante da noi, nessuna cultura, nessuna nazionalità.
Attraverso il gruppo di ragazzi accolti nella mia regione provenienti da tutto il mondo, che sono diventati per me dei veri e propri amici e spero lo resteranno per tutta la vita, ho capito che sì, siamo tutti diversi per cultura, tradizioni, credenze religiose eccetera, ma non c'è niente di male: possiamo apprendere l'uno dall'altro.

Mancano ormai meno di due mesi al mio ritorno in Italia, e non so se sono pronta a lasciare tutto questo, questa nuova vita che mi sono creata, ma quello di cui sono sicura è che quando rientrerò non sarò la stessa ragazza che è partita, ma porterò con me una parte di Francia: difenderò strenuamente la chocolatine, quando qualcuno esagera raccontando qualcosa dirò che deve essere un po' marsigliese, esprimerò sempre la mia opinione con franchezza, non avrò paura di scoprire nuove passioni, e soprattutto continuerò a viaggiare e a scoprire, perché, come diceva un autore francese, Alphonse de Lamartine, «Il n'y a d'homme plus complet que celui qui a beaucoup voyagé, qui a changé vingt fois la forme de sa pensée et de sa vie» («Non c'è uomo più completo di quello che ha viaggiato molto, che ha cambiato venti volte la forma del suo pensiero e della sua vita»).

Elisabetta

Da Viterbo in Francia per un anno

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