Cinque settimane per vivere l'India al massimo

Alice

Da Belluno in India per un'estate

Il programma estivo offerto da Intercultura consta di cinque settimane in cui immergersi completamente in una nuova realtà, in una nuova cultura. Cinque settimane per vivere al massimo il paese ospitante.
Non è una sfida facile poiché le emozioni e le novità sono tante, tutte quante sperimentate in un tempo breve e limitato.
Non vi sono parole per esprimere quello che ha significato per me questo mese in India. È stata una rinascita, una presa di coscienza che ha rivoluzionato il mio modo di vedere il mondo ma anche il mio modo di vedere me stessa. Ora ho due famiglie, una marea di amici e tanta tantissima voglia di ritornare laggiù e di riscoprirmi ancora una volta indiana.
In un mese ho affrontato diverse difficoltà che però mi hanno fatto apprezzare e innamorare ancora di più del mio paese ospitante, un paese che è regno delle contraddizioni e dei paradossi e che, proprio per questo, ti rapisce il cuore e, assieme al suo popolo, ti fa sentire parte di qualcosa di immenso.
Un' India che, come ben scrive Tiziano Terzani:

"È sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.
L’India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto a questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino".

Una vita in cinque settimane

Ed è proprio per questo suo modo di essere; per le migliaia di culture che la formano; per i centinaia di culti che si intrecciano e nutrono questa spiritualità che rende ogni azione un po' più magica; per gli occhi che senza chiederti permesso ti penetrano con la loro profondità e ti mettono parte del loro mondo anche se solo per brevi istanti; per la disarmante indifferenza della gente condita da una totale onestà che sconfigge tutti quei formalismi tipici della nostra società; per il riso e il daal fatti dalla mamma in casa, mangiati con le mani assieme a mia sorella; per gli aquiloni che instancabili decorano i cieli delle città e rendono i tramonti meno malinconici; per i monsoni che ti costringono a camminare a piedi nudi per la strada e a scuola e che fanno tornare subito bambini; per il rispetto che la gente porta per qualunque cosa e che è privo di falsità o formalità; per i veicoli che non rispettano leggi se non quella del più forte e che, così facendo, rendono il clacson il suono più ricorrente di giorno e di notte; per la prima volta in cui mia sorella mi ha chiamata "didi" (sorella maggiore) e mi ha detto "Mai aapse pyar karti hu" (ti voglio bene); per la prima volta in cui ho contrattato al mercato rendendo i miei genitori fieri; per la prima volta in cui mio papà mi ha presentata come sua figlia naturale; per la costante voglia di libertà e gioia di vivere che ogni ragazzo ha e mostra in ogni singola azione; per la famiglia che diventa punto di riferimento ed entità più sacra; per l'ossessione della pelle chiara che ancora influenza molte ragazze e non permette loro di vedersi per quello che sono veramente: bellissime e uniche; per l'instancabile voglia di festeggiare qualunque cosa che porta ad avere festivals un giorno sì e uno no; per le moto che sfrecciano tra mucche e caretti con tre o cinque persone a bordo; per l'abbraccio disarmante in cui ti senti costantemente; per...

La verità è che di "per" ce ne sarebbero infiniti, sarebbe impossibile imprigionarli con delle semplice parole e sarebbe pure poco rispettoso.

Quello che desidero che passi però è quanto per me quest'esperienza sia stata fondamentale, di come mi abbia cambiata profondamente dandomi nuove forza, voce e nazionalità (non posso non sentirmi un indiana anche io ormai).

Ecco, è stata una vita intera in un mese.

Alice

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