Dove freddo è sinonimo di accoglienza

Enrica

da Lecce in Danimarca per un'estate

Diario di viaggio alla mano, mi permetto di raccontarvi un angolo della Danimarca.

Prima di partire per questo viaggio di un mese, totalmente da sola, in un paese all’altro capo dell’Europa, non avevo mai lasciato l’Italia senza la mia famiglia e non ero mai stata lontana da casa per più di una settimana. Il cambiamento quindi è stato drastico. Tutto è cominciato con l’arrivo a Roma nell’hotel che ha ospitato tutti gli exchange in partenza per la Danimarca, dall’estivo all’annuale.

Il primo impatto con la Danimarca è stato ovviamente all’aeroporto. Già lì abbiamo notato l’abisso che separa l’Italia dai paesi nordici: ordine, pulizia, e regole.
Ci hanno accolto due volontari meravigliosi che hanno subito cominciato a farci entrare nell’idea che l’italiano andava dimenticato e che la timidezza la dovevamo rispedire a casa.

Chiedere, chiedere, chiedere, senza vergognarsi di fare domande all’apparenza sciocche del tipo:
“Come mai la gente cammina nel bel mezzo della strada?” Loro ti rispondono: “perché le auto rispettano i pedoni e i limiti di velocità”. (E qui la sorpresa generale). In Danimarca si cammina più che andare in auto, si va in giro in tram o in bicicletta e tutti sembrano aver appreso l’educazione dal galateo! Io non avevo mai visto, in un tram strapieno, qualcuno lasciare il posto a persone anche solo di un paio di decenni più vecchie, o a ragazzini, almeno non così spesso come l’ho visto fare qui. Per loro è un’abitudine.
  • Il gruppo degli italiani, in partenza a Roma
  • Un bagno nel mare del nord
  • Alcuni partecipanti internazionali al programma, al campo iniziale
  • Enrica e la sua sorella ospitante, dopo l'esperienza in college
  • Prima di un giro in canoa
  • Durante una passeggiata
  • Un ricordo per tutta la vita

Arrivati al centro di AFS Danimarca, noi italiani, abituati alla comodità degli hotel e ad una vita comoda in ogni caso, siamo rimasti scioccati dal sapere che per quattro notti avremmo dovuto dormire in dei sacchi a pelo e per terra, in stanza con gente di tutte le nazionalità, pulire e preparare il pranzo per tutti, a turno con gli altri gruppi di studenti.

Ma questo mi ha dato l’occasione di fare subito amicizia e iniziare a parlare! È stato esilarante cercare di pronunciare le frasi più semplici come ‘scusami’ o ‘buongiorno, hai dormito bene?’ in una lingua a metà tra il tedesco e l’inglese: in danese appunto. Questa lingua nordica infatti è alla base, per molte parole, della lingua inglese, ma conserva i suoni duri del tedesco. Abituati ad una lingua internazionalmente ritenuta musicale come la nostra, è stata una piacevole sfida imparare il danese.

Superato il primo impatto con questo campo, ci siamo avventurati prima a Kopenhavn (Copenaghen) e poi a Ranum, una microscopica cittadina a nord della Danimarca ed abbiamo affrontato tutti insieme la meravigliosa esperienza del college.

Vivere da sola con altre tre ragazze danesi è stata l’esperienza che in assoluto più di tutte mi ha fatto sentire il sapore della libertà.
Non quella libertà che si crede di avere quando non si ha il coprifuoco; quella vera, quella che, a sentirlo dire nei film nemmeno ci credi.
È la libertà di prendere la bici che ti hanno assegnato, col casco rigorosamente in testa, e perderti nella nazione con più verde e più animali in libertà che io abbia mai visto; è la libertà di seguire le regole e di sentire la responsabilità di infrangerle qualche volta, con la dovuta moderazione; è la libertà del brivido della prima goccia di pioggia mentre sei in canoa sulla palude ed è la libertà di correre ogni mattina alle 7, come previsto dall’orario del collegio, anche se fuori c’è la tempesta, dimenticandoti stupidamente il poncho.

L’esperienza del college è piena di mistero e di piccole vittorie che è bello conquistarsi. Imparare a parlare un fluente danese fatto di una ventina di frasi fatte con i complimenti dei tuoi compagni di tavolo a pranzo che ridono nel tentativo di imparare l’italiano. Partecipare ai corsi pomeridiani con gli altri exchange e i ragazzi danesi. Superare la paura del vuoto segnando un nuovo record sulla parete da arrampicata. Litigare con le compagne di stanza disordinate all’inverosimile, e fare pace davanti ad una cioccolata calda fumante.
È un’esperienza formativa a tuttotondo, ed io la conserverò nel cuore come il ricordo più prezioso che ho.

Dopo il college abbiamo passato qualche giorno in famiglia, ognuno per conto proprio, in città differenti. Lì è stata la vera sfida. Ero da sola, senza più il cuscinetto del gruppo degli altri exchange italiani tra me e la mia famiglia danese, dovevo relazionarmi per forza. Beh, vi dirò, non è stato difficile come pensavo.
Si dice che siano freddi, i danesi, che siano chiusi e soprattutto puntuali.. beh, non è tutto verissimo, oppure io sono capitata in un angolo anomalo della Danimarca.
Ho trovato braccia aperte ad aspettarmi alla stazione, una sorella esuberante più di un fuoco d’artificio e una mamma pronta a farmi vedere tutta la Danimarca se solo lo avessi chiesto.

Ho vissuto in un paesino a pochi km dalla seconda grande città della Danimarca, Aarhus (si pronuncia Orus) e, grazie alla mia paziente host-mum, ho visitato musei e parchi divertimento, ho fatto shopping sfrenato con la mia esuberante sorella e ho portato a spasso un volpino un po’ troppo pigro per un’oasi boschiva da favola.

Non avevo mai visto tanto verde né tanti raggi riflettersi e moltiplicarsi sulle foglie e nelle gocce d’acqua. E’ stato meraviglioso.

Non sono state tutte “rose e fiori”, ci sono state anche le spine è vero. Non è mia intenzione illudere nessuno. Lasciare casa, affrontare un mondo del tutto nuovo con la sua lingua e le sue regole, comunicare a gesti con un’alta percentuale di fraintendimento richiede forze di volontà e coraggio.

Tornata a casa però, non ho fatto altro che rimpiangere quello che avevo costruito, le amicizie (che comunque continuo a coltivare), la possibilità di non avere qualcuno che si preoccupa costantemente per te e di dovermela cavare da sola.

Poi ho capito che nonostante fossi tornata ad una realtà decisamente più limitante, quella forza e quella determinazione che avevo acquisito non le avevo perse, c’erano ancora. Ho perso un po’ di paure ingiustificate e di timidezza per lasciare posto ad una determinazione ferrea nel portare a termine quello che ho cominciato, ho preso coraggio e fiducia. Sono sempre io, intendiamoci, il viaggio all’estero non ti fa diventare un’altra persona, ma mostra quali siano le tue debolezze, abbatte le tue certezze e i tuoi muri per lasciare una visione del mondo più aperta, un maggiore spirito critico e un passo decisamente più sicuro. Consigliato, consigliatissimo dunque.

La Danimarca è fatta per chi ama il verde, il vento e la pioggia (mai visto meteo più imprevedibile) e chi ha tanta voglia di avventura. Non c’è nulla di veramente comodo, non c’è un nido, e nessuno vi farà da balia, dovrete cavarvela e, assicurato, sarà meraviglioso.

Con la speranza di non avervi spaventato troppo e di aver fatto nascere in voi quel brivido che è sintomo di voglia di avventura, vi saluto.
Enrica

Enrica

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