Il verbo del volontario

Edoardo

Responsabile sviluppo e formazione del Centro locale di Roma Est

Di ritorno da un intero pomeriggio passato districandomi tra ritiro fascicoli, ragazzi ansiosi e genitori desiderosi di risposte, mi ritrovo a barcollare con la borsa piena di fogli, post-it, memorandum, penne e fotografie fino a raggiungere quei tre amici con cui avevo appuntamento.
Come spiegare la circa ora e mezza di ritardo? All’inizio non fanno domande, il mio viso provato è già abbastanza eloquente. Provano un misto di ilarità e confusione: chi sarà mai questa sagoma barcollante che ci viene incontro? Poi qualcuno mi riconosce, prende coraggio e fa: “Aò, ma che t’è successo? Che hai fatto fino a mo’?”.
Cos’è che fa un volontario? “Fa volontariato” forse? Non trovate che strida terribilmente?Questo episodio, di per sé insignificante, mi ha fatto riflettere: qual è la risposta giusta a questa domanda? Cos’è che ho fatto fino ad ora? Devo essere rimasto bloccato per un po’, perché ora vedo un amico col volto preoccupato che cerca di scrollarmi energicamente le spalle nella speranza di farmi riprendere. Eppure mi sono bastati quei pochi attimi di riflessione per trovare la risposta o, almeno, per capire che una risposta a quella domanda non l’avevo. Non esiste in italiano un verbo legato al concetto di volontariato. Cos’è che fa un volontario? “Fa volontariato” forse? Non trovate che strida terribilmente? Su provate a ripeterlo ad alta voce, siate sinceri…


Con la mente ottenebrata dalla mancanza di senso del mio pomeriggio, mi trascino fino alla soglia di casa, giro lentamente la chiave nella serratura, spalanco la porta e trovo mia madre con una sua vecchia amica in salotto che esclamano: “Oh , ecco mio figlio!” e l’altra: “Cosa ha fatto fino adesso?”. Devo averle lanciato un’occhiata ancor più truce di quanto fosse mia intenzione, ammutolisce immediatamente. “Oggi hanno proprio deciso di farmi impazzire” penso fra me mentre mi abbandono senza forze sul letto.


TURU..TURU..TURU..TURU.. odio essere svegliato da un messaggio. E’ la nostra Responsabile Ospitalità: “G. (ragazza che era ospitata da una famiglia del nostro Centro locale) ha avuto un incidente, ora è in ospedale”. Accendo subito il computer e leggo un’email che mi fornisce tutti i dettagli dell’accaduto: è stata investita da un autobus, ha la gamba e la mascella rotta, non potrà alzarsi per un bel po’. Mi comunicano che ci sarà bisogno di farle assistenza 24 ore su 24, è minorenne, non può rimanere da sola, nemmeno in ospedale. E’ nostra responsabilità verso i genitori che ce l’hanno affidata prenderci cura di lei.
Ho finalmente la risposta alla domanda che mi tormentava, il verbo del volontario è semplice, il più naturale per ogni uomo: amareCon il peso di questa notizia sulle spalle riesco a fare una doccia, una rapida colazione e tornare davanti al monitor per rimanere aggiornato sulla situazione. Apro con ansia la casella di posta elettronica e… sono senza parole… in appena una ventina di minuti ogni volontario di Intercultura a conoscenza dell’accaduto si é reso disponibile per stare vicino a G. in ospedale durante il periodo di convalescenza… da non credere: non c’è più nemmeno una mezz’ora che non sia coperta. Da mezzanotte in poi ci sarà un’infermiera pagata fino alla mattina che ci darà una mano. Anche la famiglia ospitante copre parte delle ore. G. può contare su un’assistenza continua.

Lo vedo negli occhi di ogni volontario che in quelle due settimane si è dato il cambio in ospedale, nello sguardo delle infermiere che giorno dopo giorno hanno imparato a conoscerci e farci entrare fuori dall’orario di visita, nelle parole dei dottori che la visitano, nella gratitudine della famiglia italiana per lo sforzo che abbiamo fatto, lo vedo nel sorriso di G. quando ci riconosce ai piedi del suo letto. Un lieve sorriso si disegna sulle mie labbra, ho finalmente la risposta alla domanda che mi tormentava, il verbo del volontario è semplice, il più naturale per ogni uomo: amare.

Edoardo

Responsabile sviluppo e formazione del Centro locale di Roma Est

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