In Québec ho imparato a "viaggiare leggero"

Andrea

Da Rivoli in Canada per un anno

“Siamo quasi davanti a casa tua. Preparati, ti portiamo a vedere una delle meraviglie del Québec.”
Félix, che come molti miei coetanei canadesi ha già la patente, non scherzava, e non avevo altra scelta che accettare la proposta. In fondo ero contentissimo, siamo a febbraio ma questi inviti rappresentano sempre una piacevole novità, figuriamoci se mi portano a vedere una meraviglia del Québec! Mezz’ora più tardi Félix, Mathieu, Frédéric e Raphaël non riescono a smettere di ridere davanti alla mia faccia sbigottita.
Mi hanno portato ad un McDonald’s dove ci sono, nel parcheggio, degli enormi dinosauri di plastica, solo perché lo trovavano uno scherzo divertente. Era stata una serata senza senso, in cui di fatto avevamo perso tempo. Eppure ne conservo gelosamente il ricordo bellissimo, perché mi sentivo finalmente parte del gruppo, mi avevano ufficialmente scelto per perdere tempo con loro.Questa sensazione di completa integrazione, che ho sentito per la prima volta quella sera, è stata però frutto di un percorso, un processo di ambientazione con il quale tutti i giovani che scelgono di partire per un’esperienza di studio all’estero si devono confrontare.

Io mi chiamo Andrea, vengo da Cumiana, in provincia di Torino. Sono uno dei tanti ad essersi tuffato in questa avventura con la onlus Intercultura e da ormai sette mesi vivo a Drummondville, nel bel mezzo del Québec, la regione francofona del Canada. Un luogo che mi ha insegnato cos’è veramente l’integrazione in una realtà diversa, un fenomeno importantissimo nelle società multiculturali di oggi, il quale porta con sé difficoltà, ma soprattutto ricchezze.

Il Québec di Andrea

Una completa integrazione è possibile grazie all’impegno reciproco dello “straniero” e della comunità. Ma sin dall’inizio si può riscontrare qualche problema, come per esempio quello basilare di comprendersi. E ciò non riguarda solo la lingua parlata: può capitare per esempio di sentirsi smarrito a scuola durante l’ora di pranzo, mangiando da solo in un angolo della mensa, deluso dai compagni di classe dopo due giorni di scuola che non si preoccupano di me. Per poi scoprire il giorno dopo che mi avevano cercato ovunque, sembrava che non avessi capito dove fosse il loro tavolo abituale.

In seguito, è possibile riscontrare il cosiddetto “shock culturale”, tradotto dalla frase traumatica: “La squadra di calcio c’è a partire da Aprile, se fa abbastanza caldo." Si giunge allora ad una fase piuttosto spiacevole per il viaggiatore, il quale constata, con grande frustrazione, che dopo qualche mese la relazione con i coetanei non è forte come aveva immaginato. Ed ho capito che si tratta del momento chiave. È il momento in cui l’ospite deve fare il massimo sforzo, in cui deve muoversi verso gli altri e non aspettare che sia il contrario. Molto, molto più difficile di quanto sembri, ma se si trova il coraggio, anche solo una o due volte, di invitare i compagni a casa per preparargli una vera pizza o di invitarli a vedere una partita di hockey su ghiaccio, il resto viene da sé. Ecco come mi sono trovato davvero parte di una classe i cui gli studenti si conoscono dalla scuola materna, come ho cominciato a seguire il campionato di hockey e perfino a giocare a hockey, prima ancora di imparare a pattinare sul ghiaccio. Ecco come ho visto la meraviglia di uno scambio tra culture, in uno dei paesi più multiculturali che esistano, il Québec.

Non scorderò mai una frase di Boucar Diouf, comico quebecchese emigrato dal senegal, che il professore di Religione ci fece ascoltare in classe : “Un Paese è troppo pesante per essere trasportato altrove. Emigrare vuol dire viaggiare leggeri.”Ho visto la bellezza di abbandonare una parte della propria cultura per abbracciarne una nuova, alcune cose del mio paese le ho portate con me, altre le ho lasciate in valigia, e mi accorgo che ne vale davvero la pena quando qualcuno, che adesso chiamo amico, mi dice: “Sei davvero diventato québécois.”

Andrea

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