Tre buoni propositi per un mese in Irlanda

Anna

da Brescia in Irlanda per un'estate

Ci sono dei sogni che ci si accorge di avere solamente quando diventano realtà, quando ormai sono nel pieno del loro svolgimento.

Prima di partire per l’Irlanda, più volte avevo pensato che mi sarebbe piaciuto trascorrere un periodo, più o meno lungo, all’estero, senza mai dare troppo peso all’idea. Poi un conoscente mi ha parlato di una borsa di studio per un programma estivo, offerta da una ditta della mia città in collaborazione con Intercultura, ed io ho tentato la fortuna, pensando: “Tanto non passerò mai, perché proprio io?”.

Invece, dopo una lunga attesa, ho scoperto di avercela fatta. E così sono partita, alla scoperta di un Paese che non avevo mai visto, di una città, Cork, che sin dai primi giorni ho iniziato ad adorare. Ricevuta la comunicazione del luogo in cui avrei trascorso quel particolare mese estivo, avevo iniziato ad informarmi, scoprendo che la città di Cork è la seconda d’Irlanda per numero di abitanti e la terza per superficie. Mi immaginavo una grande città, una città in cui perdersi e non ritrovarsi più (idea alimentata anche dal fatto che vivo in un piccolo comune di provincia), ma le mie “aspettative” sono state smentite già il primo giorno di scuola: si trattava di un luogo piccolo, intimo, proprio come un piccolo paesino in cui tutti si conoscono.

Ma torniamo ancora un attimo al periodo pre-partenza: sono una ragazza molto emotiva, quindi prima di partire mi ero stilata una lista di propositi da rispettare in qualsiasi modo possibile, in modo da uscire intera da questa esperienza, felice e senza lacrime. Lista che, in breve, possiamo riassumere in tre punti:

1
Non affezionarmi troppo alla famiglia ospitante;
2
Non affezionarmi troppo alle persone che avrei conosciuto;
3
Non fare “follie” di alcun tipo, ovviamente in senso positivo.
Mi sono accorta sin da subito, dopo nemmeno una settimana, di come questi tre propositi fossero immediatamente falliti, di come forse non fossero nemmeno mai stati veramente realistici.

Le foto di Anna a Cork

Primo proposito: fallito. Sono “capitata” in una splendida famiglia, composta da quattro persone, di cui solamente due effettivamente presenti. La madre, Regina, e il padre, Edward, nonché due figli, Stephen di 25 anni ed Eimear di 23, entrambi lontani da casa per motivi di studio. Insieme a me erano ospitati altri studenti: Gonzalo, il mio piccolo fratellino spagnolo, che mi ha accompagnata per tutto il mese, la tedesca Biborka e il francese Denis, entrambi accolti per un periodo di due settimane. I primi giorni sono stati leggermente traumatici, non tanto perché non mi trovassi bene o avessi qualche problema, quanto per il fatto che ogni tre parole in inglese la mamma ospitante ne inserisse almeno due in gaelico, impedendo a me e agli altri di capire. È stato difficile all’inizio, ma ora, a quasi cinque mesi dal ritorno in Italia, posso dire di aver imparato anche un po’ di gaelico (il centro città di Cork non sarà più “city centre”, ma “An Làr”, e lo stesso vale anche per tanti altri luoghi della città e oggetti); sono uscita molto arricchita da questa esperienza, no?

Secondo proposito: fallito. Come avrebbe potuto una ragazza come me non legarsi irrimediabilmente alle persone conosciute durante questo splendido percorso? Sono partita da casa senza conoscere nessuno, per scoprire poi a Roma che già le ultime riunioni di Intercultura, il giorno prima della partenza, sono un meraviglioso modo di socializzare. E la camera divisa con persone della cui esistenza non si aveva idea fino ad un paio di ore precedenti? E l’aereo, il viaggio in quel fatidico e tanto atteso giorno? Merito sì dei vari momenti di compagnia e socializzazione che tutti noi ragazzi abbiamo abilmente saputo sfruttare, ma anche e soprattutto dei meravigliosi diciassette italiani che sono volati con me in direzione di Cork. Un numero molto ridotto, rispetto a quello delle altre destinazioni dell’Irlanda, ma per fortuna! Un numero che mi ha permesso di conoscere in modo approfondito tutti questi ragazzi, e di stringere con loro dei rapporti di amicizia che, nonostante la distanza (a volte anche molto pronunciata, come i 1054 km da Cosenza, città dell’amico più lontano da me), mi porterò sempre nel cuore. Persone sparse per l’Italia e il mondo, ma alla fine sempre qua, nel mio cuore.

Terzo proposito: clamorosamente fallito. La mia “follia”? Non tanto invaghirmi del luogo e di tutto quello che ho vissuto durante quel mese, della mia nuova, seconda vita irlandese. La mia “follia” (come detto prima, in modo positivo – a parer mio meravigliosamente positivo) è stata lasciare il mio cuore ad un compagno di avventura, Andrea. Innamorarmi di questo ragazzo, e decidere di portare avanti il tutto, anche qui in Italia. È strano, oggi, che due ragazzi abbiano una relazione a distanza. Certo, la distanza non è molta, sono circa 150 km, ma la difficoltà c’è sempre. Ma poi, cosa farei senza di lui? Lui ne vale la pena. Ne è valso la pena da quando sull’aereo di andata è capitato seduto vicino a me, terrorizzata dal volo, e mi ha distratta e tenuto compagnia per tutto il volo, così che io potessi, almeno in parte, tranquillizzarmi. Ne è valso la pena quando i primi giorni mi accompagnava nelle mie passeggiate per esplorare la città. Ne è valso la pena dalla prima volta in cui mi ha preso la mano. Ne è valso la pena per tutto il periodo in Irlanda e per tutto il tempo trascorso dal primo incontro, il 25 giugno, ad oggi – quasi sei mesi che, ovviamente, sono volati alla velocità della luce.
Ed è così che, senza che nemmeno me ne accorgessi, molti miei sogni si sono realizzati in un mese che vorrei non fosse mai finito, e a cui ancora penso e ripenso con gli occhi pieni di lacrime. Lacrime di gioia. Lacrime di chi ha ricevuto moltissime cose, insegnamenti e regali molto preziosi che mai dimenticherò. Grazie, Irlanda. Grazie, compagni di viaggio.

Grazie, grazie, grazie.

Anna

da Brescia in Irlanda per un'estate

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