Perché Intercultura

Daniele Lipera

Volontario di Intercultura

Il saluto di un volontario ai ragazzi in partenza per un anno
Ragazzi congratulazioni,
avete deciso di mettervi in gioco e avete vinto. Vi siete iscritti al concorso per un soggiorno all’estero con Intercultura, vi siete sottoposti alla prova attitudinale e al colloquio individuale, avete accettato la visita in famiglia, vi siete cimentati nella compilazione del fascicolo (una delle prove più ardite) e lo avete consegnato. Vi abbiamo sostenuto e le commissioni nazionali vi hanno assegnato un programma.
Poi ci siamo rivisti, con le attività di formazione, il weekend a Frascati e quest’ultimo incontro prima della partenza.
Vi siete chiesti perché mettiamo in piedi un meccanismo così lungo e complesso?
Certamente per scegliere gli studenti più idonei.
Ma perché lo facciamo, perché vi dedichiamo così tanto tempo?
Al vostro arrivo nei rispettivi paesi di destinazione vivrete una condizione di minorità culturale, dovrete misurarvi con abitudini, approcci diversi, avrete come un muro davanti a voi. Le vostre conoscenze, gli ordinari riferimenti – le attuali coordinate culturali – non saranno sufficienti per superarlo e ricongiungervi con chi vive da sempre in quelle realtà. Dovrete attrezzarvi a una costruzione paziente, a un esercizio mentale e fisico non facile, vi troverete a relativizzare il vostro punto di vista, a impegnarvi per capire quello degli altri, ad allargare i vostri confini culturali, ad assorbire una diversa e più ampia percezione del mondo.
Al vostro ritorno, rientrerete nell’ordinario tessuto sociale, col tempo anche in quello lavorativo. Qualcuno di voi diventerà parte della classe dirigente dell’Italia. Per chi ha un ruolo di responsabilità: nell’educazione, nell’economia, in politica…avere quelle capacità maturate durante l’esperienza interculturale è una competenza straordinaria, da mettere a frutto per sé e per il bene del Paese (senza alcun bisogno di taroccare i singoli curriculum).
Con gli scambi promuoviamo, inoltre, anche il dialogo interculturale, una delle chiavi di lettura della contemporaneità. Possiamo decidere di innalzare muri, barriere e fili spinati, ma il mondo resterà sempre interconnesso e l’esigenza di capire gli altri resterà intatta. Anche perché spesso, quando si affievolisce questa tensione al dialogo e all’ascolto, tacciono le parole e parlano le armi.
Il dialogo interculturale non è un rapporto fra sistemi di pensiero chiusi e immutabili nel tempo, sempre uguali a se stessi. La cultura non è una fotografia: questi sono i cinesi, questi i tedeschi e questi altri gli italiani.
La cultura ha una dimensione dinamica, direi cinematografica.
Prendiamo gli italiani che fra la seconda metà dell’800 - dopo l’unità d’Italia - e l’inizio del ’900 sono migrati a milioni in tante parti del mondo (si stima in oltre 20 milioni, uno dei più grandi esodi della storia). Osserviamo quelli che, arrivati a New York, venivano fatti sbarcare nell’isolotto artificiale di Ellis Island. Qui gli agenti dell’immigrazione procedevano alla registrazione dei nuovi arrivati. Dopo cognome, nome e nazionalità (non migravamo soltanto noi, c’erano polacchi, tedeschi, irlandesi…), spesso agli italiani venivano attribuiti dei nomignoli. Uno di questi era bat (pipistrello). I pipistrelli sono animali particolari, sono mammiferi come i gatti, i cavalli o noi ma si comportano come gli uccelli, volano. Sono quindi animali ambigui, che ingannano.
Allo stesso modo gli italiani erano considerati appartenenti alla razza bianca, secondo la terminologia dell’epoca, che si comportavano come i negri, per restare a quel linguaggio: un uomo chiedeva una stanza in affitto e poi ne entravano in 8-10 maschi adulti, talvolta anche con donne e bambini in situazioni di promiscuità e condizioni igienico-sanitarie precarie; accettavano i lavori più umili con le paghe più misere; alcuni erano dediti all’accattonaggio e per chiedere l’elemosina sfruttavano i bambini. C’era due vignette molto diffuse in ambito anglosassone. Una riproduceva un nero che suonava una pianole con una danzante scimmietta alla catena, sperando di ricavare qualche centesimo dai passanti, l’altra rappresentava un italiano che suonava un organetto con al guinzaglio un bambino, per impietosire le ricche signore WASP (bianche, anglosassoni e protestanti).
Sembra che stia parlando dell’oggi e di altre etnie ma è il nostro album di famiglia che sto sfogliando.
Eravamo ai gradini più bassi della scala sociale. I bianchi doc potevano commettere oltre 100 omicidi e la responsabilità sarebbe andata in capo ai singoli autori dei reati, se un delitto veniva attribuito a un italiano (a torto o a ragione) veniva incolpata l’intera comunità. Non sono stati rarissimi i casi in cui siamo stati oggetto di persecuzioni e linciaggi, non solo negli Usa.
Certo, non eravamo tutti in quel modo, c’erano diversi onesti italiani che si dedicavano al commercio, alla ristorazione di quartiere, c’erano pure tanti bravissimi artigiani (sarti, falegnami, carpentieri…) utilizzati anche nella nascente industria cinematografica, intere scenografie di kolossal sono stati realizzati proprio da questi immigrati.
In Italia, poi, c’erano anche professionisti, letterati, musicisti, scienziati e una classe media impiegatizia che si stava pian piano affermando. Tuttavia, l’immagine che proiettavamo all’estero era comunque quella: brutti, sporchi e cattivi!
Chi di voi si riconosce in quegli antenati?
Io, vi confesso, che faccio fatica. Nel tempo sono intervenute delle modifiche, dei cambiamenti significativi, c’è stata una diffusa scolarità di massa, una cultura di cura dell’igiene e del proprio corpo si è affermata sempre più, anche nelle classi subalterne, si è sviluppato un sistema sanitario, le donne hanno conquistato gli stessi diritti degli uomini, almeno sulla carta, i minori non sono più considerati alla stregua di proprietà del padre ma hanno acquisito la titolarità di diritti….
Il pregiudizio antitaliano è rimasto per decenni e, chissà, potreste anche avvertirne ancora qualche eco. In caso, non dategli peso, fatevi apprezzare per quel che siete, per l’intelligenza, per la voglia di scoprire, per la capacità di comunicare, di sorridere….
Auspico che possiate partire con la mente sgombra da preconcetti, stereotipi o luoghi comuni, che sono il rifugio di chi è avaro, anche di sentimenti, possiede poca cultura, e non è in grado di sognare. Vi auguro pure di ritornare con maggiore consapevolezza di voi stessi e dell’esistente e con sguardi più profondi che sappiano superare i vostri limiti; più grandi ma capaci ancora di sognare.

Daniele Lipera

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