Un Messico dai mille colori

Ginevra

Da Pescia in Messico per un anno

Messico. Sette lettere un mondo di emozioni.Quando sono partita avevo tante cose per la testa, ero preoccupata, felice, emozionata. Avevo una grande paura dell’ignoto, ma allo stesso tempo ero contenta di buttarmi dentro a questa avventura; sentivo tutto un misto di emozioni così forti da non riuscire quasi a contenerle. Mi sono aggrappata a questa opportunità come si farebbe con un salvagente in mare aperto, la vedevo come l’occasione giusta per cambiare la mia vita, per dare brio alla monotonia delle giornate, che inesorabilmente scorrevano tutte uguali. Avevo paura del mio futuro, non sapevo cosa volessi fare da grande e come volevo fosse la mia vita. Decisamente una delle scelte migliori che abbia potuto fare. Arrivata a destinazione tutto mi sembrava nuovo, diverso, persino l’aria era più pesante e difficile da respirare, i miei genitori messicani mi hanno accolto con un grande abbraccio, emozionandosi nel vedermi.Sono riusciti a mettermi fin dall’inizio a mio agio: ricordo che mi hanno portato a mangiare tacos appena usciti dall’aeroporto e davvero avrei voluto che qualcuno mi filmasse! Non smettevo di chiedere e chiedere! Che fosse in inglese, spagnolo o italiano! Volevo sapere! Dovevo sapere!

La cosa bella è che alla mia famiglia piaceva questa mia curiosità. Fortunatamente è un’abitudine che non ho mai perso, e questo mi ha aiutato molto nell’integrarmi e anche a togliermi da quell’imbarazzo iniziale che tutti hanno e da quella paura di non sembrare intelligenti, come se il fatto di non sapere la lingua ti togliesse questa capacità.

Ricordo un aneddoto successo nella mia classe; sto frequentando un liceo femminile e sappiamo tutti come si comportano tante donne insieme, parlano, parlano e parlano. All’inizio me ne stavo quasi sempre in silenzio, mi era molto difficile capire quello che dicevano gli altri, perché oltre a parlare in spagnolo, lo facevano molto velocemente. Come solitamente succede quando si viene in contatto con una nuova lingua, con il tempo si migliora, si incomincia piano piano a capire prima qualcosa, poi un po’ di più, poi quasi tutto… insomma, si prende confidenza. Un giorno la professoressa ha fatto una domanda e io velocissima ho dato la risposta, in spagnolo ovviamente, felicissima di averla capita e aver dimostrato che anche io so studiare. Le mie compagne sono rimaste in silenzio, sbalordite, come se avessi dato la soluzione alla fame nel mondo. Questo per dire che se non siamo i primi a dare prova di quello che siamo, poi le persone si faranno un’idea sbagliata, o meglio, diversa da quella con cui ti vedi tu; quindi non bisogna avere paura di pronunciarsi, di parlare, di chiedere e soprattutto di essere sé stessi.Il Messico mi ha aperto la mente e le mie vedute si sono allargate, mi ha insegnato a percepire le cose da mille punti di vista, non più in bianco e nero ma ricoperte di mille colori e mille sfumature. Per esempio le tradizioni. Queste sono varie e ricoprono un ruolo fondamentale per la società messicana. Tutte le feste hanno il diritto di essere festeggiate, e di queste ne hanno tantissime! Il cibo fa parte di una tradizione antichissima quanto la civiltà maya, ogni piatto ha la sua storia e il suo momento per mangiarlo, ecco perché è solito cucinare il lunedì frijol con puerco (fagioli e carne di maiale), il martedì relleno negro (piatto a base di carne di pavone e maiale con un misto di vari peperoncini), il mercoledì potaje de lenteja (minestrone di lenticchie), il giovedì papadzules (una specie di tacos di uovo e cipolla, ricoperti di salse), il venerdì poc-chuk de puerco (carne di maiale cotto al carbone), il sabato chocolomo (brodo con patate e carne) e non è domenica se non fai colazione con un panino di cochinita pibil (carne di maiale) con cipolle e salsa piccante! Ovviamente non si può dire che è una regola, ma ti fa capire quanto per loro sia importante e, di conseguenza, lo diventa anche per te.
La famiglia e la religione sono altri due aspetti della società messicana molto importati che vivono a stretto contatto tra di loro. La religione si riflette molto sulla famiglia, e le tradizioni antiche di questa si riflettono sulla religione, condizionandosi a vicenda. Un esempio è il giorno dei morti, noi siamo abituati a vederla come una festa di famiglia, quasi privata, ognuno ha i propri cari da visitare e i pranzi da condividere con i parenti. Qui in Messico è una vera festa folkloristica ricca di tradizioni. Una di queste è l’Hanal Pixan, ovvero tradotto dal maya, cibo dei morti. Si tratta di preparare un altarino con tanto di lumini dove porgono alle anime dei defunti che ricevono il permesso di tornare a fare visita ai perenti in vita, tutti piatti tipici, in modo che gli spiriti possano mangiare e godere delle premure dei parenti in vita. Alcuni di questi sono il Pib e il Pan de Muerto. Il Pib è un piatto così tipico e speciale di questa festa che solo si cucina esclusivamente una volta all’anno per l’occasione; è una torta di massa di farina di mais ripiena di carne e spezie, così buono che mi è davvero dispiaciuto averlo dovuto mangiare solo per una volta. Il Pan de Muerto, ha il sapore di una ciambella fritta e dovrebbe assumere la forma di un cranio, anche questo lo si può trovare solo per un periodo, da settembre a novembre ed è delizioso. Una volta con la mia famiglia siamo andati al mare e per cena avevamo ordinato un pan de muerto e una cioccolata calda. È stata un’esperienza bizzarra fare tutto ciò con quasi 35 gradi e un livello di umidità illegale! La festa dura dal 31 di ottobre al 2 di novembre, in quanto il primo giorno si dedica ai bambini, il secondo agli adulti e il terzo termina con una messa per tutte le anime. È una delle cose che più mi sono piaciute, all’inizio mi ha fatto strano vedere come una tradizione così lontana dallo stile e dal pensiero cristiano che ero abituata a vedere in Italia, fosse praticata anche da religiosi. Ora sono dell’idea che è una delle dimostrazioni di fede e rispetto più grande che io abbia mai visto. Assistere a questa cosa quasi mi ha fatto piangere dall’emozione di sentire quel sentimento di appartenenza a una comunità, a una storia e a una tradizione antichissima, che non si è mai rotta, ma al contrario è cambiata e si è adattata come ha fatto il popolo, arrivando fino ai giorni nostri. Dopo questa festività io ho davvero cominciato a sentirmi messicana, integrandomi e diventando una di loro. Nella mia testa già non facevo più paragoni, avevo appreso un’altra forma di vivere e pensare. Il concetto di normalità era diventato relativo. Dicono che un’esperienza all’estero ti cambia. Io non so se lo sono, penso di sì, credo però che me ne accorgerò solo alla fine, quando tornerò “a casa” e vedrò di nuovo quello che vedevo prima di partire, ma con occhi di chi ha visto l’orizzonte, di chi ha vissuto esperienze, di chi ha conosciuto altri modi di vivere la vita, di chi ha imparato tanto e tanto ancora vuole imparare, di chi ha scoperto che si può amare in mille colori diversi.

Ginevra

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