50 giorni nella Emerald City

Beatrice

Da Bergamo negli USA per un anno

50 giorni fa sono partita con poche parole, ma infiniti pensieri, verso quello che tanto sognavo. Io e la mia valigia, che erroneamente consideravo troppa piccola, eravamo così sicure di tutto; mi credevo consapevole, mi reputavo una persona con certe caratteristiche e mi aspettavo tutt’altro che arrivare qui e incominciare a rivalutare ogni cosa. L’incertezza ti permette di scongelare quella che era la tua quotidianità, la tua vita, e di guardarla da un nuovo punto di vista; nuove angolazioni, nuove parole, nuove persone, nuove culture.

Se ripenso a quelle sicurezze che 50 giorni fa mi rendevano così fiera, ora non posso far altro che considerarle inutili aspettative, nulla di quello che mi immaginavo è accaduto; ogni secondo, attimo di questa speciale vita mi sta sorprendendo con una potenza disarmante.
Riguardo indietro e il tempo mi sembra volato via; ho fatto così tante cose, ho provato così tante emozioni da desiderare che ogni giorno della mia vita sia così, ho imparato a svegliarmi la mattina con il bisogno di scoprire sempre di più.

Sono partita convinta che non mi sarebbe mancata la mia famiglia; mi sbagliavo, stare a contatto 24 ore su 24 con una nuova famiglia, vedere, quando ancora ti senti un’estranea, un ospite, quello che prima ti sembrava normale, che davi per scontato, ti fa apprezzare e rendere maggiormente consapevole di quello che avevi e che hai; ti accorgi di aver sempre guardato, ma mai ammirato. Qui in America, a circa 9000 km dalla mia amata Bergamo (che sto riscoprendo immensamente magnifica), ho trovato delle persone stupende, sono enormemente grata alla mia famiglia ospitante, è uno dei regali più belli. Dopo aver arginato le differenze culturali che all’inizio mi facevano sentire inappropriata, ho iniziato ad aprire il mio cuore e, nonostante i momenti di sconforto, che sono sempre dietro l’angolo, dove sento forte il desiderio di scappare e tornare diretta in Italia, mi sento felice di potermi considerare parte della mia famiglia americana. Ho una mamma ospitante che è la persona più dolce, premurosa e tranquilla del mondo, un papà ospitante che è un bambino nel corpo di un gigante, una sorella ospitante che guai a fermarla un attimo e nonni e nonne ospitanti che mi stanno ricoprendo di amore incondizionato.

Grazie, immensamente, grazie.

L’America, Seattle, con la sua multiculturalità, varietà e diversità, mi sta mostrando un modo di vivere completamente nuovo. Dal lunedì al venerdì mi sveglio alle 5.30 e vado a nuotare dall’altra parte della città prima che inizi scuola, il viaggio che mi porta da nord a sud della mia Emerald City (soprannome di Seattle dovuto alla vasta presenza di verde) ritengo sia l’interpretazione ed esaltazione di quello che sono gli Stati Uniti. Su una macchina elettrica parto da un quartiere silenzioso e amichevole con verdi e floreali backyards, attraverso una downtown ricca di contrasti, dove grattacieli brillanti e perfetti si alternano a cantieri sempre in movimento, e prendo l’autostrada per evitare il traffico mattutino della parte sud; tutto ciò in 20 minuti, in un’unica città, parlando in inglese con la mia mamma ospitante di tempo, politica e viaggi. Qui puoi trovare qualsiasi cosa tu voglia, è uno stato nemico dell’attesa e della pazienza, gli spazi sono grandi, ma i tempi sono brevi.
La verità è che poco nulla funziona come nei film che tanto ci esaltano, ho imparato a giudicare meno e conoscere di più.

La scuola è la parte più importante della mia giornata, inizia alle 8.45 e finisce alle 3.35, sei lezioni, un intervallo e una pausa pranzo; fisica avanzata, matematica, humanities - una fusione di letteratura, storia e filosofia - scienze dell’ambiente e giornalismo. Le possibilità sono infinite, ogni studente ha l’occasione di scegliere ciò che ritiene faccia maggiormente per sé e per il suo percorso di lavoro e vita, rispettando certi criteri e obblighi imposti dal sistema scolastico nazionale. Ho dovuto sfatare il mito della scuola americana come facile e divertente, sta alla volontà di ciascuno scegliere materie più semplici o più complicate; valorizzano il lavoro scritto allo studio orale. Una grande differenza tra la scuola italiana e quella americana è che qui gli studenti sono incoraggiati a lavorare insieme, costruire non solo un gruppo di amici, ma una futura comunità in grado di rispettarsi e aiutarsi.
Sono qui da 50 giorni e sto vivendo emozioni che non avevo mai provato, passo da attimi di felicità ed eccitazione a momenti di sconforto e nostalgia, è la giostra della vita. Ho amici che vengono da India, Turchia, Germania, Brasile, Messico, Vietnam, Giappone e altri meravigliosi posti nel mondo che un giorno, sicuramente, visiterò. Ogni cosa che vedo e assaporo è uno stimolo ad esplorare nuove esperienze; sto affrontando una sfida, grazie al mio professore di humanities, che consiste nel non usare il cellulare per 30 giorni, penso che in Italia non avrei mai avuto il coraggio di farlo. La domenica mi sveglio e insieme alla mia famiglia prepariamo una classica colazione americana con pancakes, uova, bacon e altre fumanti delizie; durante la settimana mangio cinese (il pollo Teriyaki è la fine del mondo), giapponese (il mio papà ospitante sta perfezionando la sua tecnica nella preparazione del sushi), messicano, indiano, italiano (ho cucinato più volte piatti italiani e sono impazziti, il loro preferito è pasta con olio e parmigiano, ovviamente con prodotti rigorosamente di produzione italiana) e inevitabilmente americano.

Non dimenticherò mai la sensazione di sentirsi a casa in una città, in una nazione che non è quella in cui sei nata e cresciuta, la felicità di sapersi orientare in una metropoli dopo qualche giorno di Google Maps (in Italia sottovalutiamo le potenzialità di questo strumento, sapevate che vi dice se i pullman sono in ritardo o in anticipo?), la gioia di sentirsi parte di qualcosa di così meraviglioso e nuovo, la consapevolezza di fare quello che davvero vuole il tuo cuore, la tua mente e il tuo corpo, ti senti così libero.

Beatrice

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