Io, mamma "ospitante" e "inviante", vi racconto Intercultura

Paola Serangeli

mamma ospitante e inviante

Salve, il mio nome è Paola e vorrei approfittare di cinque minuti del vostro tempo per condividere con voi la mia esperienza con AFS Intercultura.


Cominciamo con le presentazioni: quella con il Babbo Natale in testa sono io insieme a mio marito e a due dei miei figli: Andrea e Marta. Ma… facciamo un passo indietro ed incominciamo la storia dall’inizio. Constatato che in realtà ho veramente tanto da raccontare, forse invece di cinque minuti ve ne ruberò qualcun altro, abbiate pazienza…

Tutto è iniziato qualche anno fa quando mio figlio, allora sedicenne, un giorno come tanti mi portò a casa un opuscolo di Intercultura che aveva preso a scuola e ci annunciò, con mia grande sorpresa, che sarebbe voluto andare un anno all’estero.

Un anno all’estero? SI, un anno all’estero, avete capito bene… un lunghissimo anno lontano da ME e dai suoi affetti.
AFS? Intercultura?? Mi chiesi, ma cosa sono? Io non ne ho mai sentito parlare, MIO figlio è ancora un bambino, deve studiare e poi… questi di AFS, chi li conosce? “Pensa alle cose serie piuttosto”, risposi. Niente da fare, nonostante io fossi fortemente contraria, Andrea, appoggiato dal padre, iniziò questa avventura e noi, (io a malavoglia) con lui.


Abbiamo conosciuto poco dopo la referente di zona di Viterbo, Giampaola, con la quale sono entrata subito in sintonia, nonostante tutto fossi ancora in disaccordo con mio marito e mio figlio. Non avevo neanche fatto in tempo ad abituarmi al fatto che ormai la mia era una battaglia persa, quando una mattina ricevo una telefonata dalla stessa Giampaola che mi chiede se avevamo intenzione di ospitare per circa sei mesi un ragazzo cinese che, al momento si trovava al nord, ma che doveva cambiare famiglia.

Veramente non saprei”, le ho risposto spiazzata, “dammi il tempo di informare il resto della truppa e poi ti faccio sapere”.


PENSIERO DEL MOMENTO: un cinese? A casa mia? A me questi cinesi sembrano tutti strani…. Addirittura c’è chi pensa che siano immortali! Insomma mi son venuti in mente un po’ tutti gli stereotipi che molti di noi italiani abbiamo nei confronti del popolo cinese. Comunque, siccome sono una persona corretta, all’ora di pranzo, ho informato il resto della famiglia sicura di una risposta negativa ma…. Che ve lo dico a fare? Tutti felicissimi, non ci hanno neanche pensato un attimo… un’altra battaglia persa, ma ormai mi stavo abituando…

Quindi mi sarei ritrovata ad accogliere, da lì a pochi giorni, un ragazzino cinese, un ragazzino minuto, magrolino e sicuramente molto riservato (come tutti i cinesi d’altronde). Devo dire che all’epoca ero ancora tanto ingenua al punto che, quando arrivò la scheda con tutte le informazioni di Yueda, per poco non mi venne un infarto: questi non poteva essere cinese, pesava quasi 90 chili ed era molto alto. Sicuramente era un parente di Gengis Khan: era un mongolo! Mi ricordo che per strada cercavo di individuare le persone che avessero una simile stazza per farmi un idea di chi avrei avuto a casa mia per 6 mesi. Arrivò il giorno fatidico e tutti eccitati andammo insieme alla volontaria di Intercultura ad accogliere il nostro ospite (all’epoca Yueda tale era considerato da me) alla stazione. FU COSÌ CHE MI RITROVAI UNO SCONOSCIUTO IN CASA.

La famiglia Proietti con i loro figli: Andrea, Marta, Yueda e Catalina

Cosa dire? All’inizio non è stato facile, abbiamo trascorso mesi molto impegnativi: abbiamo vissuto da entrambe le parti lo scontro tra due culture molto diverse e abbiamo anche avuto a che fare con un ragazzino molto viziato, testardo ed abituato a vivere da solo: il primo compleanno della sua vita lo ha festeggiato in Italia con noi.


Devo dire inoltre, a sua discolpa, che abbiamo deciso di ospitare un ragazzo orientale sapendo poco o nulla della sua cultura. Infatti alcuni modi di fare, che per noi sono sconvenienti, per loro rientravano nella normalità. Ad esempio in Cina i ragazzi stando a scuola circa 12 ore al giorno possono anche appisolarsi senza che nessuno gli dica nulla anzi, questo a volte capita anche ai docenti che nel frattempo si fanno sostituire dagli studenti più bravi. Quando i professori di Yueda ci hanno riferito che lui in classe dormiva, siamo rimasti di sasso e lo abbiamo sgridato molto. All’epoca non sapevamo che questo in Cina rientrava nella normalità.


Vi racconto di questo piccolo avvenimento per farvi capire che, soprattutto all’inizio, il nostro non è stato un rapporto facile e la lingua non ci ha certo aiutato. Un altro episodio, devo dire divertente, si è verificato quando siamo andati alla cascata delle Marmore, in Umbria. Era un pomeriggio molto caldo ed afoso: Yueda, nonostante sudasse da matti, era vestito di tutto punto e non c’era verso di convincerlo a togliersi la maglietta a maniche lunghe (poverino quel giorno ha sudato le fatidiche sette camicie). Solo tempo dopo abbiamo capito che, dovendo ritornare di lì a poco in Cina, non poteva assolutamente abbronzarsi.


Nonostante tutte le vicissitudini, tra alti e bassi, tra noi si è creato un LEGAME FORTISSIMO: Yueda è diventato poco a poco parte integrante della famiglia e ricordo come fosse oggi l’emozione che ho provato la prima volta che mi ha chiamata mamma. Avete capito bene, ha incominciato a chiamarmi MAMMA nonostante le discussioni e nonostante il fatto che sia io che mio marito non abbiamo mai avuto remore a sgridarlo e a riprenderlo, così come facevamo con i nostri figli. Sicuramente sono stati dei mesi bellissimi che ricordo sempre con immenso piacere.


Quello che pensavo fosse l’ultimo giorno della mia vita in cui lo avrei visto è stato qualcosa di veramente terribile: SALUTARE UN FIGLIO ed avere la certezza di non vederlo più. Ma purtroppo il nostro tempo per stare insieme era terminato. Le ultime parole che mi disse furono: “ciao mamma”
Dopo di ché rimase in silenzio a guardarci mentre noi ci allontanavamo…

Dopo un paio di mesi circa anche mio figlio Andrea partì, questa volta destinazione Stati Uniti.
Fu un anno non facile, la casa sembrava vuota ma fortunatamente avevo con me Marta, la piccola di casa, che mi aiutò molto. Arrivò il Natale, il primo Natale senza Andrea e devo dire anche senza Yueda che tuttavia ci riempì di regali: un modo per dirci grazie e per dirci che si ricordava di noi e che ci voleva bene.


Trascorse l’inverno e finalmente arrivò la primavera, Andrea e Yueda mi mancavano molto. Il primo stava per rientrare a casa mentre il secondo….


Nel frattempo avevo stretto amicizia con la mamma americana di mio figlio che mi teneva aggiornata sulla situazione ma che con l’avvicinarsi della partenza di Andrea per l’Italia, incominciò a inviarmi messaggi in cui mi diceva che stava piangendo perché di lì a poco non avrebbe più rivisto quello che per lei era diventato un altro figlio. Come la capivo…
E devo dire che un po’ mi sentivo anche in colpa. Non sono mai stata gelosa dei miei figli e devo dire che ancora oggi, a distanza di qualche anno, ancora ci sentiamo e le sarò sempre grata per come, lei, suo marito e tutta la sua famiglia, hanno trattato Andrea. Spero veramente un giorno di poterla incontrare e ringraziare di persona.
Andrea non fece quasi in tempo a riappropriarsi della propria casa e dei propri affetti che arrivò in famiglia una ragazza cilena: Catalina
Che dire??? Ormai ci avevamo preso gusto…. Mia figlia Marta innanzitutto voleva una sorella cilena perché durante l’anno con Yueda avevamo fatto amicizia con una famiglia che nel frattempo stava ospitando Martina, una ragazza cilena, grande amica di Yueda.


L’esperienza con Cata (così la chiamavamo in famiglia) è stata molto diversa dalla prima ma non per questo meno intensa. Cata era una ragazza di città ed il fatto di vivere in un paesino come il nostro, le stava stretto. Durante i primi mesi era sempre molto triste perchè la mancava la sua famiglia, soprattutto la madre. Mi precisò più di una volta che io non sarei mai stata una mamma per lei e che da lì ad un anno non ci saremmo più riviste. Che dire…. Soffrii molto di questa situazione, non perché mi volessi sostituire alla madre naturale ( ci mancherebbe!!!) ma perché non riuscivo ad instaurare un vero legame con lei. Addirittura quando cercavo di avvicinarmi lei si allontanava, come se avesse avuto paura di avere un contatto fisico. Fortunatamente pian piano la situazione cambiò, devo dire soprattutto grazie a Marta che riuscì per prima ad entrare in sintonia con lei. Cata incominciò a comportarsi come una vera figlia adolescente e, pur chiamandomi sempre per nome, come figlia si comportava.


Abbiamo cucinato insieme, siamo andate a fare shopping: abbiamo condiviso quello che normalmente fanno una mamma ed una figlia che sta crescendo. Con il trascorrere dei mesi Cata è riuscita a crearsi un giro di amicizie e sembrava avesse sempre vissuto tra noi. Ma anche qui il tempo passò e ci trovammo di nuovo a dover salutare qualcuno che era diventato parte della famiglia. Questa esperienza mi aveva ulteriormente cambiato ed allargato i miei orizzonti. Ero ormai una persona molto diversa da quella che era appena pochi anni prima. Pensate che la mia storia sia terminata? Nooo, è una storia lunga e probabilmente finirà con me. Se siete curiosi posso continuare a raccontarvi il seguito…

Cata non fece quasi in tempo a salutarci che Yueda tornò a farci visita e rimase con noi un breve periodo durante il quale espresse il desiderio di studiare in Italia. Questo fu l’inizio di una serie di viaggi di andata e ritorno tra l’Italia e la Cina. La mia famiglia ed io siamo stati invitati in questo paese meraviglioso e siamo stati accolti sin dal primo momento come ospiti, o meglio amici di riguardo, dai genitori di Yueda i quali successivamente si sono recati in Italia. Devo dire di aver avuto la fortuna di sentirmi parte di una grande famiglia: una famiglia senza confini.

Attualmente, dopo aver frequentato per un anno l’università in Italia, Yueda si trova in Cina da circa un anno perché bloccato là a causa del Covid. Non so se lo rivedremo e quando, non so se potrà continuare a poter studiare in Italia, non so se potrà continuare a far parte realmente della nostra famiglia. Il futuro è un’incognita che a volte, nonostante sembri impossibile, ci regala delle bellissime sorprese.


E Cata? Non mi sono dimenticata di lei…. Cata infatti, nonostante avesse detto che non ci saremmo più potute rivedere, dopo quasi un anno è tornata a trovarci insieme a sua sorella. Si è nuovamente appropriata di quella che era stata la sua cameretta e si è subito messa in contatto con i vecchi amici italiani. Dopo qualche giorno abbiamo avuto anche la possibiltà di incontrare i suoi genitori che erano venuti in Italia per una vacanza e con l’occasione di riunirsi con le figlie, sono venuti a conoscerci. Al momento continuo ad essere in contatto sia con la mamma di Cata che con Cata stessa, la quale mi ha confidato che l’Italia le manca molto e che un giorno spera di rivederci, magari anche in Cile.


INTERCULTURA TI CAMBIA LA VITA?
SI, A ME L’HA CAMBIATA DI MOLTO ED IN POSITIVO.


Vorrei concludere con un grazie particolare a mio figlio Andrea che con la sua determinazione mi ha permesso di conoscere più da vicino questa associazione ed un grazie immenso anche a Giampaola e ai volontari di Intercultura che in questa avventura mi è stata sempre vicino.

Paola


Paola Serangeli

mamma ospitante e inviante

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